Il segretario generale della Nato, Rasmussen, fa il punto sul conflitto in Libia. Battaglia tra i figli del raìs

Gheddafi

La caduta di Bani Walid sembra imminente ma i ribelli libici attendono ancora prima di lanciare l’assalto finale a uno degli ultimi bastioni rimasti ai lealisti e non escludono una ripresa del negoziato. Ma nel frattempo il terzogenito di Muammar Gheddafi, al-Saadi, uno dei due figli del Colonnello che insieme a Mutassim si troverebbero ancora nella città in pieno deserto, ha lanciato dure accuse al fratello maggiore Saif al-Islam, addebitandogli la responsabilità dell’insuccesso nei negoziati con il Consiglio Nazionale Transitorio. Sono ore di attesa intorno alla città, dopo il fallimento delle trattative intavolate domenica per la resa della città. Ma oggi la notizia positiva è che anche la Nato vede una fine «prossima» alle operazioni militari: lo ha detto il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, secondo cui ormai la campagna è «significativamente più vicina al successo».

In un’intervista telefonica alla Cnn, Saadi, noto in Italia per aver tentato brevemente e senza troppa fortuna la carriera di calciatore in serie A, ha affermato che il tono «aggressivo» di un discorso pronunciato mercoledì scorso da Saif al-Islam ha provocato la rottura dei colloqui con gli oppositori. E di fatto ha spianato la strada a una loro offensiva finale contro le località ancora schierate con il passato regime.

Quando a Saadi è stato chiesto dove sia attualmente, lui ha risposto di trovarsi «un po’ fuori» da Bani Walid, ma ha aggiunto che si sposta in continuazione. Poi ha assicurato di non aver più visto nè il padre, nè il fratello da circa due mesi. Il terzogenito di Gheddafi ha sottolineato di sentirsi «neutrale» rispetto al conflitto, precisando però di rimanere sempre pronto a «dare una mano per negoziare un cessate-il-fuoco». Sulla sorte del Rais, è ancora buio pesto.

Intanto, però, si è saputo che alcuni membri dell’entourage di Muammar Gheddafi hanno attraverso il confine meridionale libico e sono entrati in Niger; tra loro c’è il capo della sicurezza personale del colonnello, Mansour Daw. Non è chiara l’identità degli altri membri del gruppo, una decina di persone, arrivati nella città di Agadez, nel nord del Niger, scortate da uno storico capo dei ribelli tuareg nigerini, Agaly Alambo, molto legato a Gheddafi. La fonte tuareg ha escluso che con Agaly si trovino figli o parenti stretti del colonnello.

Frattanto a Tripoli è tornata anche la rappresentanza diplomatica britannica, mentre la Cina ha ammesso che a luglio alcune sue aziende furono contattate da emissari del regime per l’acquisto di armamenti, ma ha escluso che vi siano state forniture e che il governo non fu coinvolto. Pechino ha così in parte confermato le indiscrezioni dalla stampa canadese che citava documenti segreti, redatti su carta intestata di un dipartimento pubblico libico, ritrovati in mezzo ai rifiuti vicino a Bab al-Azizia, l’ex residenza-bunker del Colonnello.

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