Morti 200 feriti: per giorni non hanno ricevuto cure. I lealisti hanno impedito ai medici di avvicinarsi

l'ospedale di Abu Salim

Isolato per giorni, un ospedale del quartiere di Abu Salim, a Tripoli, ha restituito al mondo alcune tra le immagini, che al Jazeera ha trasmesso, più forti del conflitto in Libia. Su letti, e distesi in terra vicino all’immondizia, i corpi di almeno duecento pazienti. Almeno venticinque morti erano su letti e barelle, altri erano sparsi per i vari reparti, abbandonati dai medici in fuga dai miliziani. Altri ancora erano accatastati uno sull’altro, in cortile.

L’inviato di al Jazeera a Tripoli è entrato nella struttura e le telecamere della tv di Doha hanno ripreso i corpi di 19 persone in terra, fuori dall’edificio dell’ospedale, vicino ai rifiuti. Poi una stanza piena di letti con cadaveri di giovani e anziani, tutti senza un nome, tutti morti perchè – a causa dei combattimenti che hanno isolato l’ospedale – non hanno ricevuto cure mediche.

Ovunque odore di putrefazione, riferisce il giornalista di al-Jazeera nel suo servizio. E macchie di sangue in terra. Molte delle vittime sono civili. In tutto sono «oltre un centinaio», ha detto un infermiere al reporter. L’obitorio è pieno. Ma nell’ospedale sono stati trovati anche pochi sopravvissuti, 17, che sono stati trasferiti venerdì dalla Croce rossa in un altro presidio sanitario di Tripoli. Tra loro un ragazzino. Lealisti e ribelli si sono ritrovati, feriti, uno accanto all’altro.

Tutti i pazienti sono ora assistiti da uno staff di sette persone, tra le quali solo due medici e uno studente di medicina. Prima il personale era composto da circa cento specialisti. Abu Slim è stata l’ultima roccaforte di Muammar Gheddafi a Tripoli. Per giorni il popoloso quartiere è stato teatro di combattimenti tra lealisti del colonnello e ribelli. Fino a poche ore fa i lealisti avrebbero impedito a medici e infermieri l’ingresso nell’ospedale, pieno di feriti. Così in molti sono morti.

Avvicinarsi è stato impossibile per giorni. Lo racconta una madre, Zine Mohammed al-Zadma, che per giorni ha perduto ogni contatto col figlio: «È stato ferito a Bab al Aziziya. Ma non sapevo che fosse arrivato qui. È la prima volta che lo vedo, oggi, dopo cinque giorni. Non sapevo dove fosse. E non si poteva entrare nell’ospedale: c’erano morti ovunque. Alla fine l’ho ritrovato».

Da sei giorni infatti i cecchini del rais tenevano a distanza dal quartiere le forze ribelli. E così medici, infermieri, parenti dei pazienti ricoverati nell’ospedale di Abu Salim si sono tenuti a distanza, per non venire uccisi dalle pallottole. I tre medici nell’ospedale non potevano occuparsi di tutti quei feriti: «Ne sono morti a centinaia nei giorni scorsi, e molti corpi sono stati già evacuati – ha detto il giovane aspirante medico, Mohammed Younes – È un disastro, ma non abbiamo potuto fare di più. Non ci sono più farmaci, non c’è personale medico. Sono scappati tutti per paura dei cecchini».

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