I disordini in Nord-Africa “minacciano” le forniture da Tripoli e Algeri: rischio di freddo e black-out

gas a rischio

Un giorno del prossimo inverno l’Italia potrebbe svegliarsi al buio e rimanerci per non sappiamo quanto tempo. E soprattutto al freddo. Il rischio esiste ed è quanto mai concreto.

Forniture di gas dimezzate, centrali elettriche in apnea, Paese paralizzato. Dai treni alle grandi industrie. Scenario apocalittico, infinitamente più allarmante della crisi del gas già patita dall’Italia nel 2005 quando il braccio di ferro russo-ucraino azzerò per giorni e giorni le forniture mettendo in ginocchio noi e mezza Europa. Mentre il rischio Russia-Ucraina non è ancora sopito, questa volta il pericolo vero arriva da Sud. Ed è incombente. Al punto da mettere in allarme i vertici dell’Eni, il gigante pubblico su cui grava la gran parte dei nostri approvvigionamenti. Come è noto le forniture libiche, pari a 9 miliardi di metri cubi di metano (12% del nostro fabbisogno), che arrivano in Italia attraverso i 520 chilometri del gasdotto «Greenstream», sono sospese da fine febbraio per ragioni di sicurezza.

Sul momento nessuno drammatizzò la scelta: non lo fece l’Eni, non lo fece il nostro governo, e anche il commissario europeo all’Energia Oettinger (l’80% del metano libico finisce nel resto d’Europa, in Francia e Olanda innanzitutto) fornì una versione tranquillizzante della situazione. «Sul mercato c’è abbondante disponibilità di materia prima» ripetevano tutti in coro. Del resto la crisi aveva da mesi rallentato i consumi di energia e la primavera incipiente faceva il resto. Da qualche settimana a questa parte lo scenario però è cambiato. Innanzitutto di fronte a noi non c’è più la bella stagione ma l’inverno. E come se non bastasse anche le forniture dall’Algeria attraverso il gasdotto «Transmed» potrebbero essere a rischio.

A preoccupare i vertici dell’Eni sono stati due attentati, per fortuna non gravi e per questo passati quasi sotto silenzio, che il 19 luglio scorso hanno colpito le condotte gestite da Sergaz, nella regione di Zaghouan, area centrale della Tunisia. Ora si teme che le condotte che partono dall’Algeria e attraversano la Tunisia per trasportare in Italia un terzo e più del gas che ci serve possano essere oggetto di nuovi sabotaggi. Il 23 ottobre quasi 4 milioni di tunisini sono chiamati alle urne per eleggere l’assemblea costituente e il clima di potrebbe certamente surriscaldare. E nell’ipotesi peggiore anche infrastrutture strategiche come i gasdotti potrebbero finire nel mirino di nuove incontrollabili proteste.

«A me affrontare l’inverno con una delle fonti tradizionali ferma, devo dire la verità, non piace per niente», ha spiegato giovedì a Milano l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni. Che, rispetto alla crisi libica, al termine dell’incontro col capo del governo ombra di Bengasi Jibril, ha confermato l’intenzione di voler privilegiare «la ripartenza del gas perché, mentre non esistono problemi di sicurezza sull’approvvigionamento di petrolio, il gas libico pesa per il 10-12% dei nostri consumi».

Il capo dell’Eni conferma «che possiamo vivere senza le forniture di gas della Libia. Però non è che gli altri fronti ci diano totale tranquillità». Le bombe fatte esplodere a Bent Jedidi, insomma, hanno lasciato il segno. «Quando vado a letto la sera, l’ultima cosa cui penso sono gli approvvigionamenti del prossimo inverno» racconta il top manager. Che in tutti gli incontri e i contatti di questi giorni si è speso perché la Nuova Libia riparta in fretta, e soprattutto perché come prima cosa venga rimessa in piedi la struttura statale. Nel Paese nordafricano c’è innanzitutto da affrontare una questione di ordine pubblico: le vie di comunicazione sono tutt’altro che sicure e soprattutto, sostengono all’Eni, lì «tutti hanno un’arma». In Libia l’Eni gestisce da anni il grande campo di Wafa, nella zona Sud del Paese, che nonostante il conflitto è sempre rimasto in funzione dal momento che, tra l’altro, fornisce gas alle tre centrali elettriche che servono alla regione di Tripoli. In più, il gruppo italiano controlla due campi offshore, dove problemi di sicurezza non esistono.

Il punto in cui le cose sono un po’ più complicate è Mellitah, il maxi-terminal da dove parte il Greenstream, che pompa gas verso l’Italia al ritmo di 1200 metri cubi l’ora e le cui condotte si immergono nel Mediterraneo e arrivano sino a Gela. Mellitah, ha spiegato Scaroni, «è un grandissimo impianto di compressione e per farlo funzionare a dovere dobbiamo mandarci degli espatriati». Di qui il problema della sicurezza. Si riuscisse a superarlo rapidamente, tempo 2-3 settimane la maxicondotta potrebbe essere riaperta e il nostro inverno potrebbe essere meno a rischio.

Alternative? Difficile individuarle. Tolto il Nord Africa, degli 80-90 miliardi di metri cubi di cui ogni anno l’Italia a bisogno, il 30% arriva dalla Russia e il 10% dal Nord Europa. Il resto è farina del nostro sacco, tra produzione nazionale e rigassificatori. Si potrebbero potenziare le forniture da Russia e Norvegia? Certo, a caro prezzo. Poi più di tanto non si riuscirebbe a ottenere, ma soprattutto l’infrastruttura nazionale della Snam non sarebbe in grado di trasferire da Nord a Sud un quantitativo di metano equivalente a quello che arriva dalla sponda Sud del Mediterraneo. Di qui il rischio del black-out energetico e poi l’inevitabile contraccolpo sui prezzi di tutta la filiera. Scenario da evitare a tutti i costi.

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