In 3 anni, al Senato cambiati 8600 set di forchette e coltelli, per 130 mila euro. Ai commessi 23 mila divise

furti di posate al Senato

Da quando è iniziata la legislatura il Senato della Repubblica ha cambiato 8.600 set di posate per le tavole di mensa e ristoranti frequentati da dipendenti, senatori e giornalisti parlamentari. Spesa complessiva: 130 mila euro. Visto che gli aventi diritto al pasto sono circa 1.400, significa che per ognuno di loro sono stati previsti sei set di posate completi. Due all’anno, e il prossimo se ne aggiungeranno altri due, perché la spesa è costante ogni anno.

Sono numeri eloquenti quelli svelati da un’inchiesta del quotidiano Libero. Vista quella cifra un giovane imprenditore veneto portato a palazzo Madama dalla Lega Nord, Alberto Filippi, ha deciso di non farsi prendere in giro e di non votare il bilancio del Senato.

Dal 3 agosto è stato così costretto a dimettersi dal gruppo e a iscriversi a quello misto. Di quello strano bilancio molte voci di cui solitamente si parla poco l’avevano colpito, e ne ha tenuto un diario. Ma sono state proprio le posate a choccarlo: «Ciò che mi lascia fritto, immobile, congelato», ha annotato Filippi, «è il costo per le posate: 40 mila euro all’anno. Ma perché ogni anno? La tradizione di cambiare posate continuamente era in voga alla corte di Francia ai tempi del Re Sole e ne sono passati di anni, è passata perfino al ghigliottina. A casa mia le posate magari te le regalano nella lista nozze, ma poi ti durano una vita…».

Il giovane senatore Filippi non ha tutti i torti. E le risposte ai suoi dubbi possono essere soltanto due: o al Senato hanno lavastoviglie che si inceppano spesso, quindi le posate vengono buttate via, o qualche collezionista se le porta ogni tanto a casa affascinato dal simbolo dell’istituzione stampato su forchette, coltelli e cucchiai. Ma le posate sono soltanto una delle voci che inquietano chi seriamente si mette a scorrere i bilanci delle due Camere.
Partiamo da un dato di fatto.

A Palazzo Madama ci sono circa mille dipendenti, 315 senatori eletti e 6 senatori a vita: fanno in tutto 1.321. A Montecitorio ci sono circa 1.900 dipendenti e 630 deputati: 2.530 abitanti più o meno abituali del palazzo, quasi il doppio dell’altra Camera. Con queste cifre in mente prendi la bolletta dell’acqua dell’uno e dell’altro palazzo e non capisci più nulla. Il Senato ha speso 1,2 milioni in acqua corrente dall’inizio della legislatura.

La Camera che ha il doppio dei frequentatori ha speso invece 985 mila euro. Anche qui due possibilità: o i senatori sono maniaci della pulizia personale (e i deputati un po’ allergici all’acqua) o il contratto fatto con il fornitore di palazzo Madama è troppo caro, un vero bidone. Il sospetto che sia vera la prima ipotesi viene da altre spese indicate in bilancio. Come quella per l’acquisto dei prodotti igienici: la Camera dall’inizio della legislatura ha speso 200 mila euro, il Senato che sulla carta avrebbe dovuto spendere la metà (100 mila euro), invece ha comprato carta igienica e sapone da toilette a un costo tre volte superiore ai colleghi: 630 mila euro. È chiaro che i senatori sono maniaci dell’igiene personale.

I conti però non tornano nemmeno con altre bollette. Una è a posto, quella della luce: la Camera giustamente spende il doppio del Senato (14,4 milioni da inizio legislatura contro 7,3 milioni). Ma quella del gas è incomprensibile: dal 2008 la Camera ha speso 3,2 milioni di euro di gas e il Senato quasi la stessa cifra: 3 milioni. Chissà se è legata alla questione delle posate: a palazzo Madama mettono su l’acqua della pasta, poi i camerieri avvertono che non ci sono più posate da mettere in tavola. Bisogna correre a comprarle di nuovo e nel frattempo l’acqua bolle ed evapora tutta. Allora bisogna rimetterla su: sarà per questo che si spende così tanto in gas e in posate.

Come sono maniaci della pulizia, i senatori debbono avere una predilezione anche per le temperature polari. Probabilmente hanno un condizionatore per ogni metro quadrato del palazzo. Solo così si spiega come in Senato, che è la metà della Camera, si siano spesi fin qui 4 milioni per la manutenzione dei fancoils mentre a Montecitorio la spesa è stata di solo un milione di euro. Qualcosa non quadra.

Altra voce curiosa nei bilanci dei due palazzi è quella dei traslochi. Si può ben capire qualche spostamento a inizio legislatura per piazzare gli uffici secondo i desiderata dei nuovi eletti. Ma come quella spesa possa essere costante ogni anno, è un vero mistero. La Camera nel 2008 ha speso 1,3 milioni di euro in traslochi. Nel 2011 la cifra è addirittura salita a 1,6 milioni di euro, e fin qui per spostare mobili e scartoffie sono volati via 5,6 milioni di euro. Al Senato sono riusciti a spendere di più: 6,1 milioni di euro. Da quelle parti deve essere proprio impossibile parcheggiare: ogni giorno ci sarà qualche Tir in sosta temporanea per muovere mobili e suppellettili.

Sembra invece in ordine nella proporzione la spesa per vestiario nei due palazzi: 2,3 milioni per la Camera e 1,5 milioni circa per il Senato da inizio legislatura. Ma la cifra è davvero alta. Perché i radicali hanno tirato fuori i contratti pagati per la fornitura dei vestiti. Una divisa da uomo costa 168,50 euro: 110 euro la giacca e 58,50 euro il pantalone. Una da donna costa anche meno: 161 euro. Stesso prezzo per la giacca, ma 51 euro per la gonna. I dipendenti sono 1.900 alla camera e mille circa al Senato. Ma la maggiore parte deve venire al lavoro con i suoi vestiti, come tutti gli altri italiani.

Le divise sono solo per alcune categorie di personale (come i commessi). A quei prezzi significa che da inizio legislatura sono state acquistate nei due palazzi più di 23 mila divise. Sembra quasi che siano state prese come “usa e getta”. Ma così non si capisce la spesa in lavanderia: 310 mila euro alla Camera e 215 mila euro in Senato…

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