In Italia esistono cinque laboratori in cui è possibile sottoporsi a trapianti in grado di guarire gravi ustioni

bisturi e banca della pelle

Coltivazione di cute e cartilagine, crioconservazione, ingegneria tissutale: sembra fantascienza e invece sono le attività che vengono svolte quotidianamente nelle banche della pelle che in Italia sono cinque e concentrate al centro nord (Milano, Verona, Torina, Cesena e Siena). Laboratorio d’eccellenza è senz’altro quello nato presso l’Ospedale Niguarda di Milano: il professor Mario Marazzi, responsabile delle struttura, prova a tracciare un quadro più chiaro del passato, del presente e soprattutto del futuro di questo settore della medicina che, più di altri, si fonda sulla sinergia con altre specializzazioni quali la farmaceutica, la chimica dei biomateriali, l’ingegneria biomedica, le biotecnologie e la medicina veterinaria. Cosa si fa, dunque, nella banca della pelle?

«Il nostro progetto ha mosso i primi passi nel 1989 con lo scopo di coltivare l’epidermide umana in vitro. In altre parole raccogliamo la cute, la lavoriamo sotto l’egida del Centro nazionale trapianti, e infine forniamo un prodotto qualificato e sicuro che, verificate le direttive della Comunità Europea, può essere trapiantato direttamente su pazienti ustionati e vittime di lesioni cutanee (quali le ulcere degli arti inferiori) o di altri gravi problemi legati alla pelle. Nel 2010 abbiamo prelevato 204.000 centimetri quadrati di cute e ne abbiamo trapiantati 162.000: a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, abbiamo notato che i pazienti ustionati al 50% morivano a causa delle infezioni poiché si ritrovavano senza copertura. Oggi abbiamo fatto significativi progressi tanto che il sopravvissuto al disastro aereo dell’aeroporto di Linate nel 2001, per fare un esempio, è salvo grazie a un trapianto da donatore nonostante presentasse ustioni sull’85-90% del corpo».

«Quando il lavoro è iniziato non sapevamo di avere tra le mani delle cellule staminali. Le abbiamo coltivate secondo una tecnica americana e abbiamo fatto un laboratorio in classe farmaceutica: da allora creiamo derma ed epidermide per il trattamento di pazienti ustionati e di lesioni cutanee che non guariscono con altri trattamenti. Oggi come oggi tutti tipi di cellule utilizzate, comprese ovviamente le staminali, vengono considerate dei farmaci così come disposto dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco). Dal 1989 a oggi abbiamo fatto più di 1.400 trapianti di derma ed epidermide: preleviamo 3-4 centimetri quadrati di pelle e otteniamo, dopo 30 giorni, circa 10 metri quadrati di pelle coltivata in vitro. Se la cute prelevata non viene utilizzata per lo stesso paziente, quella avanzata viene congelata a meno 80° e stoccata in frigoriferi: verrà utilizzata per altri pazienti che ne avranno bisogno in futuro. Lo stesso accade nel caso di pelle proveniente da donatore che viene congelata dopo verifiche e test immunologici».

«Abbiamo il vanto di essere riconosciuto come centro per le emergenze internazionali: il nostro intervento è stato richiesto dalla tragica esplosione alla stazione di Viareggio nel 2009 all’incendio in un supermercato di Asunciòn in Paraguay nel 2004 che provocò la morte di oltre 300 persone e il ferimento di altre 500».

«Ci viene chiesto spesso se la pelle dà problemi di compatibilità in caso di trapianto. Da donatore multiorgano non ci sono problemi: la pelle non viene rigettata ma viene utilizzata come copertura per evitare che il paziente ustionato perda liquidi o possa avere delle infezioni. Una parte rimane all’interno del ricevente mentre quella più superficiale si stacca dopo 7-10 giorni. A questo punto si procede con l’innesto di epidermide e derma prodotti in laboratorio così da coprire completamente il paziente».

«Nel nostro laboratorio abbiamo effettuato il primo trapianto di cartilagine in Italia (1996) per lesioni di ginocchio e caviglia utilizzando la tecnica di Peterson: si procede con il prelievo di un campione, si coltiva e dopo un mese si procede direttamente all’impianto. Il nostro centro è anche autorizzato per il trapianto delle cosiddette isole pancreatiche: i pancreas donati vengono elaborati e successivamente trapiantati in pazienti di diabete di tipo 1 con ottimi risultati».

«Quali cellule danno i risultati migliori? Il derma e l’epidermide coltivati, la cartilagine, le staminali dell’osso e del cordone ombelicale: si tratta di terapie ormai consolidate con un livello di garanzia altissimo. Il resto, quello che spesso si legge sui giornali o si ascolta in Tv va preso con le pinze per non creare false illusioni: sull’Alzheimer o sui pazienti paraplegici siamo ancora lontani dall’ottenere riscontri concreti».

«La ricerca sta facendo grossi progressi. Al momento siamo concentrati soprattutto sulle cellule staminali mesenchimali che a differenza di quelle embrionali non rischiano di provocare tumori. Per esempio il tessuto adiposo contiene un’alta percentuale di cellule staminali. Quindi, si può dire che abbiamo al nostro interno una sorta di kit fai- da-te, che possiamo prelevare, lavorare e congelare. Queste cellule si possono moltiplicare ma non sono ancora sperimentabili sull’uomo e si possono adattare a qualsiasi struttura che noi facciamo: ci vorranno 1-2 anni. La strada da percorrere è in ogni caso quella di utilizzare le cellule della stessa persona combinate con materiali inerti, come gli amminoacidi, che siano biocompatibili con quella persona. Le cellule hanno infatti bisogno dei cosiddetti biomateriali, materiali intelligenti che possono essere caricati di cellule e utilizzati o per il trasporto dei farmaci o oppure, in futuro, per ricostruire degli organi».

«La legge italiana si rifà alle direttive europee: la nostra attività deve essere svolta in una struttura pubblica, deve essere gratuita per il paziente e le strutture devono essere autorizzate (e successivamente controllate) dall’Aifa e dall’Istituto superiore della sanità tramite il Centro Nazionale trapianti. Non si deve fare business, non si deve fare fatturato: noi siamo qui solo per curare i pazienti».

© Riproduzione Riservata

Commenti