Lega al bivio, il “popolo padano” si interroga: senatur logoro e troppo legato a Berlusconi. E Maroni scalpita

Umberto Bossi

A ben guardare non è il comizio cancellato per l’angoscia da contestazioni, che il ministro Calderoli nega e i leghisti del Cadore confermano.Enemmeno le proteste del presidente della Provincia di Belluno, che sfida l’ordine padano di obbedir tacendo e si presenta in albergo con la bandiera a lutto. E neanche la delusione di troppi dei suoi sindaci, che questa manovra proprio non la tollerano. Questa volta bastano le immagini rilanciate ieri sera da qualche tg. Umberto Bossi circondato da poliziotti e scorte sulla terrazza dell’albergo. Che non si fa vedere. Che non vuol sentire il grido dalla strada: «A lavorare…!».

Proprio Erminio Boso, il vecchio senatore che si è ritirato nel suo Trentino, aveva tentato di avvertirlo. «Umberto, guarda che appena ti allontani da chi ti circonda scoprirai che la Lega non è più come una volta». Ma nemmeno Boso, uno che può dire quel che vuole perché non ha una carriera davanti, era riuscito a superare filtri e personaggi che avvolgono, spesso isolano, quasi sempre condizionano Bossi. Soltanto sabato notte, su al Monte Baldo, Boso era riuscito a parlare con il Capo: «Prima la nostra gente diceva che c’è Berlusconi, ma meno male che c’è la Lega che lo frena. Ora non dicono più niente. Oppure che siamo come lui».

Ecco, la scorta che lo nasconde racconta la distanza tra Bossi e quello che ha sempre definito «il popolo padano». La difficoltà sua e della Lega. Come se all’improvviso avesse perso quell’aureola pagana di infallibilità, e i veneti sono i primi a mandarlo a dire. I cronisti al seguito lo raccontano con comprensibile pudore, ma già a Ferragosto, a Ponte di Legno, avevano registrato un’inedita freddezza. Ancora una volta, dal palco, più che di parlando politica Bossi aveva passato il tempo sfottendo «quel balòss» di Stefano Cavicchi, il fotografo del «Corriere della Sera». «E per la verità è due anni che va così», ammette Cavicchi. Affaticato e malato, certo. Ha saltato qualche puntata, di sicuro. Non sempre gliela raccontano giusta, è scontato. Tra un mese esatto compie 70 anni, età da nonni più che da generalissimo dell’esercito padano.

Ma non si rassegna, l’irriducibileBossi. Anche a costo di deragliare, di perdersi in una tattica che è un mix di pernacchie, promesse, pugni da picchiare sulla mano aperta del volonteroso di turno, Padania libera, insulti, il dito medio alzato, stravaganti teorie: «A Milano abbiamo perso perché c’erano le ganasce fiscali». L’ha raccontata, questa, anche a Berlusconi. Che, affatto convinto, l’ha confortato: «Hai ragione, Umberto…». Solo che questa volta, in questa estate dove la sua canottiera non fa più notizia, sono i leghisti a non capire più la strategia di Bossi. A non capire se esista ancora.

L’altra sera, sempre a Ponte di Legno, ha dato del «terrone» a chi tra i sindaci e presidenti di Provincia contesta la manovra del governo. «Aspettate sempre i soldi da Roma». Ma come? Quelli protestano perché Roma si tiene ancora più soldi, altro che terùn. E’ come sconfessare il manifesto che ogni leghista conosce, quello con il Nord gallina dalle uova d’oro e la scritta «Paga e tàs!». Il giorno dopo si è corretto un po’: «Aiuteremo anche i Comuni». Forse il vecchio Boso l’ha detta giusta a metà. La Lega non è più come una volta perché ne esistono troppe, quella che governa al Nord, quella che sta a Roma e quella di lotta. E su tutte la quarta, la Lega di Famiglia, con la moglie di Bossi, il figlio Renzo, la vicepresidente del Senato Rosi Mauro, i capigruppo Reguzzoni e Bricolo più altri pochi e selezionati.

Leghe in ordine sparso, con Bossi che sembra solo, sempre più stanco, sempre più esposto, sempre più lontano dal Bossi di una volta. Quello che non si sarebbe mai lasciato fotografare, in piazza del Parlamento, mentre la presidente del Lazio lo imbocca con un rigatone. Sui telefonini girano sms di leghisti autorevoli e disorientati. Eppure, a sentir lui, tutto va bene, Padania verrà, la Lega è unita e avanti così. Nessuno che gli abbia fatto notare che son già passati vent’anni, e magari il «Va’, pensiero» e l’urlo «Secessione!» non convincono più. E che se un precario dà del «Nano» a Brunetta finisce sotto processo. E se un padano accende il sigaro in un ristorante, o peggio in prefettura, si prende un multone. E che le banconote che ha sventolato davanti alla già dimenticata sede brianzola del suo ministero non le avrebbe mostrate manco il Comandante Lauro. A Napoli, Terronia.

Avanti così e anche la Lega sbanda, s’ammala di annunci, dimentica quel che ha detto il giorno prima e soprattutto che è al governo, non all’opposizione. I comizi di Bossi, le sue notti con acqua e menta, sigari e cronisti, finiscono in un paio di titoli d’agenzia che nemmeno il pdl Osvaldo Napoli commenta più. Marginali, per la politica. Con i leghisti rimasti fermi ad una sera di maggio, quando le amministrative avevano distribuito sberle a Pdl e Lega e Bossi sembrava tornato quello di un tempo. «Non ci lasceremo trascinare giù da Berlusconi, abbiamo già la valigia in mano…». Ma non è più Bossi se non sa dove andare.

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