La manovra economica taglia il personale del pubblico impiego, ma la presidenza del Consiglio fa eccezioni…

Palazzo Chigi

Sono gli statali le vittime principali della manovra finanziaria, anche dal punto di vista degli organici pubblici. Seppure con diverse discriminazioni al loro interno, sia orizzontali che verticali, ad esempio tra dirigenti e resto del personale.

L’articolo 1, commi 3 e 5, infatti, – come spiega “Il Fatto Quotidiano” – prevede un nuovo taglio degli assetti organizzativi delle pubbliche amministrazioni. Ma quelli più vicini al premier, cioè i dipendenti della presidenza del Consiglio, sono esclusi dalla purga.

Considerando che Palazzo Chigi si è già distinto per le dimensioni del suo organico, la misura desta più di una perplessità.

La nuova legge finanziaria stabilisce infatti che, oltre alle riduzioni già previste dalle manovre degli ultimi anni (che hanno ridotto i 3.526.586 dipendenti pubblici del 2 per cento rispetto al 2008) le amministrazioni pubbliche dovranno operare, entro il 31 marzo del 2012, “un’ulteriore riduzione degli uffici dirigenziali di livello non generale, e delle relative dotazioni organiche, in misura non inferiore al 10 per cento”.

Inoltre dovranno apportare “un’ulteriore riduzione non inferiore al 10 per cento” della spesa complessiva per il resto del personale. Per chi non adempirà a tale prescrizione viene fatto divieto di procedere ad assunzioni di personale “a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto”. Il personale in carico rimarrà quello previsto alla data in cui entra in vigore l’attuale legge.

Fin qui il rigore. Subito dopo, però, cominciano le esenzioni. La prima, riguarda le funzioni dirigenziali generali, quelli apicali e più importanti che vengono escluse dal provvedimento. Stiamo parlando di 167mila unità per un costo complessivo di 13,5 miliardi di euro e parliamo quindi del “fior fiore” dell’amministrazione pubblica che, però, spesso risente dei cambi del quadro politico (spoil system) e, anche per questo motivo, è sovrabbondante.

Ma l’eccezione riguarda anche magistratura, avvocatura dello Stato, docenti universitari, carriera prefettizia e diplomatica, Corpi di polizia e Forze Armate, guardie penitenziarie e Vigili del Fuoco. Si tratta di circa 630 mila dipendenti, di cui l’83 per cento appartiene ai corpi di polizia e alle forze armate, che “pesano” per il 22 per cento sulla spesa complessiva pari a fine 2009 a 165,8 miliardi di euro. Da segnalare, però, che nel 2010 la magistratura ha avuto un decremento di personale del 2,4 per cento e che in questa quota di personale esentato le donne pesano solo per il 9 per cento.

Accanto a queste esenzioni ci sono anche la presidenza del Consiglio, le autorità di bacino di rilievo nazionale, l’Agenzia italiana del farmaco.

La presidenza del Consiglio, certamente, è un organo tra i più importanti per il buon funzionamento di uno Stato ma che, nel caso italiano, è già “sovrappeso”. È stato Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, a rilevare la peculiarità della situazione. “Per il solo personale non dirigente a tempo indeterminato di palazzo Chigi abbiamo speso nel 2009 ben 130 milioni 862mila euro”, scriveva lo scorso maggio a commento di una relazione della Corte dei conti sul costo del lavoro pubblico, notando un aumento dei costi, rispetto al 2007, ultimo governo Prodi, del 22 per cento. In un periodo in cui la spesa per il personale dei ministeri ha subito una diminuzione dell’1,8%.

Dalla relazione della Corte dei conti risulta, tra l’altro, che palazzo Chigi avrebbe ridotto il numero dei dipendenti fissi da 2.355 a 2.016. Ma la spesa per il personale, che ammonta a circa 131 milioni di euro, attiene a un numero di dipendenti, scrive sempre Rizzo, pari a 3.046 unità, ben 1.030 in più di quanto previsto dall’organico senza contare i dirigenti. Secondo la Corte dei conti, mentre il personale fisso della presidenza del Consiglio diminuiva, quello preso in prestito da altre amministrazioni saliva: dal 2001 al 2009 l’aumento è stato del 28 per cento. Ma palazzo Chigi non è nuovo a questi “favori”: anche il taglio del 10 per cento per le retribuzioni più elevate stabilito lo scorso anno è rimasto congelato per “dubbi di natura interpretativa”.

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