Secondo “Euromedia” fiducia della gente nel governo del Cavaliere ai minimi storici. Prodi col 25% andò a casa

una caricatura di Silvio Berlusconi

Tre anni fa, a inizio agosto del 2008, Silvio Berlusconi ostentava a Palazzo Chigi i dati dell’ultimo sondaggio di Euromedia, «sono il premier più amato d’Europa», diceva, 62,8 per cento di gradimento. Era il pieno della seconda luna di miele, i primi cento giorni del suo secondo governo, di là da venire l’intervista di Veronica Lario, l’estate di Noemi, lo scandalo Ruby. E comunque ancora un anno fa, a marzo, si poteva vantare, «io sono il recordman delle democrazie occidentali, come si può pensare che un leader al 61% sia in declino? Obama è al 40…». Oggi l’ultima rilevazione dell’Istituto Piepoli – confermata da Euromedia e Ispo – dà l’indice di fiducia nel governo al record storico negativo, il 23%. Per capirci, José Luis Zapatero, che si dimette avviando il processo che porterà la Spagna al voto, viene dato da Eurobarometro al 21.

Anche conoscendo questi numeri, che sono arrivati sulla sua scrivania, il Cavaliere ha deciso l’azzardo di presentarsi oggi in aula per riferire sulla crisi, smarcarsi da Giulio Tremonti e dare un segnale il più possibile convincente di esistenza in vita, come gli chiedono nel partito, e come spera ricevano i mercati. La situazione d’opinione che lo riguarda è però complessa, e l’operazione appare rischiosa, comunque vada. Secondo questi numeri, in una classifica europea di fiducia il governo italiano occupa mestamente la diciottesima posizione su ventisette. È vero, come va ripetendo il premier in queste ore, che «sono in difficoltà tutti i governi, anche quello dell’avvocato Sarkozy» (Sarkò in effetti è al 22, e notoriamente se la passa abbastanza male. La Merkel però regge, al 32). Mentre da qualche tempo Silvio ha smesso di fare l’esempio di Zapatero, e se ne intuisce il perché; ma è altrettanto difficile consolarsi con l’argomento che la Grecia di Papandreu è al 21, o il Portogallo al 19: sono quelli che gli anglosassoni bollano come pigs, i Paesi più devastati dalla speculazione, che in queste ore tanto fa tremare i nostri investimenti. Né il Cavaliere può citare l’Irlanda, dove il governo Kenny s’è insediato da poco, e il dieci per cento di fiducia – record negativo europeo – è l’effetto palese dell’ondata di ribassi che gli irlandesi sopportano da mesi.

Sono solo sondaggi, naturalmente; e oscillano anche di molto. Barack Obama, per dire, era precipitato al 38, ma con la morte di Osama Bin Laden è risalito oltre il 50 (in questo preciso istante è ridisceso al 41, secondo Gallup). Il guaio, osserva Renato Mannheimer, è che «non si vedono all’orizzonte eventi così potenzialmente favorevoli per il premier italiano». Ad addolcirgli la pillola c’è che «a questo crollo di fiducia non corrisponde un innalzamento dell’immagine di un potenziale competitore come Bersani». Ma è difficile consolarsi con il mal comune mezzo gaudio. Non era entrato in politica per questo, un asso come lui. E anche la recente storia politica italiana lo metterà abbastanza in allarme.

Nel gennaio 2008 Romano Prodi, dopo un logoramento inarrestabile della sua immagine che l’aveva portato a incassare i fischi al Motor Show a Bologna, e una serie di eventi assai negativi come l’intero affaire-Mastella (l’inchiesta sul Guardasigilli, le controaccuse mastelliane al pm Gianni De Magistris, quindi le dimissioni del ministro), cadde in Senato nel momento in cui la fiducia del Paese nel suo governo era scesa al 25 per cento. Tra parentesi, con percentuale analoga (intorno al 26) già una volta il Professore s’era dimesso, ricevendone però un reincarico da Giorgio Napolitano. Considerando adesso il caso Zapatero, dimissionario col 21, e la vacillante presidenza di Sarkò, che ha risvegliato persino i socialistosauri della Martine Aubry, capirete per quale motivo la soglia del venti per cento è da sempre considerata funesta. Un limite al di sotto del quale è difficile resistere. Ci si riesce, magari, dal punto di vista parlamentare; ma si è sostanzialmente caduti nell’Italia reale. Tra l’altro è interessante quello che osserva Piepoli quando dice che «le due dimensioni, il palazzo e la società reale, non sono poi così staccate come si crede». Salvo eccezioni.

Quando a fine ‘94 il primo Berlusconi andò a casa, godeva ancora di un consenso più che rilevante, nonostante la rottura con Bossi. Certo il cosiddetto decreto «salvaladri», in luglio, costò salato: Silvio ci perse diciannove punti in una settimana; ma partiva da 60, e arrivò a 41. Il Paese, quandoil Cavaliere cadde la prima volta, sostanzialmente lo amava. Nonostante tutto: gli errori, le diatribe con Bossi che lo chiamava «Berluskaiser», le promesse mirabolanti disattese. Era l’Unto del Signore, l’uomo del Càrisma che poteva lamentare «non mi hanno fatto lavorare», ma la prossima volta… Oggi le cose appaiono diverse.

Alessandra Ghisleri, che tanti dati ha sfornato sulla scrivania del premier, osserva però che anche la stella di Giulio Tremonti, «al 50 per cento a inizio giugno, è caduta di più della metà in un mese». E naturalmente il Silvio che si presenta alla Camera lo sa bene. Sa anche, tuttavia, che l’unico punto di riferimento in questa situazione rimane Giorgio Napolitano, al quale s’affida il 90 per cento degli italiani. Non a caso, l’unico che possieda le chiavi per immaginare un dopo.

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