Il professore attacca Berlusconi: “diceva che tutto andava bene… Abolendo l’Ici ha svuotato gli enti locali”

Romano Prodi

Quando si parla di tasse il nome che viene subito in mente è quello di Romano Prodi, fautore anche del disastro economico che fu il passaggio dalla lira all’euro senza alcun controllo sulla conversione dei prezzi. Eppure, in questi giorni, il professore,  sognando il Quirinale, consuma simbolicamente la sua rivincita nei confronti di Berlusconi e l’attuale governo, che in quanto a tasse stanno facendo il possibile (e l’impossibile) per mettere in ginocchio gli italiani.

“Nessuna manovra rivolta a risanare un sistema economico dissestato – afferma Prodi – potrà mai ricevere il plauso dei cittadini. Ogni manovra, per definizione, è costretta a chiedere qualcosa di più e a dare qualcosa di meno. La bontà della manovra non si può perciò misurare dal plauso popolare, ma dalla sua idoneità a guarire la malattia che in quel momento affligge un Paese.

Nel caso italiano il compito del governo Berlusconi è ancora più difficile per due semplici motivi. Il primo è che il governo ne aveva sempre negato la necessità e non si era adeguatamente preparato a questo violento aggiustamento che, senza un’imposizione da parte dei partner europei, non sarebbe mai avvenuto. Le ripetute dichiarazioni che tutto andava per il meglio hanno impedito il difficile e complesso lavoro di preparazione necessario per l’efficacia e l’equità delle decisioni.

Il secondo motivo è che il governo non solo ne aveva negato la necessità ma aveva compiuto errori e si era impegnato in promesse incompatibili con il varo di una manovra capace di trasformare i sacrifici in un progetto di sviluppo. Il presidente del Consiglio, dissanguando gli enti locali con l’abolizione dell’Ici, non solo aveva dato un colpo mortale al federalismo fiscale, ma aveva reso loro impossibile fare fronte ai tagli successivi senza intaccarne anche i servizi più elementari. L’errore fatale è stato infine quello di preparare un piano quadriennale di risanamento nel quale gli obblighi più pesanti erano tutti rinviati alla fine del periodo. Proprio la scarsa credibilità di questo progetto ha scatenato l’attacco massiccio contro i nostri Buoni del Tesoro.

Con i provvedimenti di venerdì si è cercato di porre rimedio a questi errori ma, a questo punto, le incompatibilità e i veti tra i diversi membri del governo e specifici interessi elettorali hanno impedito la formulazione di un progetto consistente. Il ministro dell’Economia non era favorevole ad alleviare le imposte sul lavoro finanziandole con un aumento dell’Iva, il ministro Bossi si era impegnato a non toccare il sistema pensionistico e, riguardo alle liberalizzazioni, il governo intero era reduce da una clamorosa marcia indietro e non poteva certamente cambiare di nuovo direzione in pochi giorni.

Rimaneva perciò solo lo spazio per decisioni frammentarie e tra di loro non coordinate. E così è stato. Decisioni che indubbiamente porteranno un certo sollievo al bilancio pubblico ma che non produrranno né giustizia né sviluppo. Il peso aggiuntivo ai redditi più elevati è certamente in linea con le esigenze del Paese ma tocca una percentuale di persone numericamente ridicola rispetto a coloro che dovrebbero essere colpiti dal provvedimento. E quale credibilità può avere il governo nella lotta contro l’evasione fiscale quando ha sempre sostenuto che la tracciabilità dei pagamenti (cioè un serio controllo dei redditi) è un fatto oppressivo e che un’aliquota superiore a un terzo è sempre un furto, anche se applicata alle categorie più ricche? Non è certo facile imporre agli italiani la maestà della legge dopo avere per anni demolito l’autorità dello Stato e averne continuamente delegittimato il potere.

Gli stessi limiti hanno riguardato il ridimensionamento dei cosiddetti costi della politica. Sono stati proposti alcuni tagli che possono anche essere utili, ma che non toccano minimamente l’essenza del problema. Esso riguarda il numero non solo dei parlamentari o dei consiglieri regionali ma di tutti coloro che compongono la struttura politica del Paese, enormemente sovradimensionata rispetto alle necessità e quindi ostacolo e non fonte di sviluppo. In quest’analisi includo naturalmente non solo i rappresentanti istituzionali ma anche gli apparati dei partiti, che hanno potuto espandersi attraverso un continuo aumento del finanziamento pubblico.

Anche in questo caso, oltre alla difficoltà oggettiva di correggere una deriva che dura da troppo tempo, si aggiunge un problema di autorevolezza di una classe dirigente che una folle legge elettorale ha allontanato sempre più dai cittadini.

Prima che sia troppo tardi – conclude Prodi – occorre perciò fare un grande sforzo per dare un’anima a questi provvedimenti così fragili e frammentati. Le proposte, finalmente più organiche, che il Pd ha messo ieri sul tavolo, possono costituire l’avvio di un confronto che trasformi questi frammenti in un disegno complessivo. Mi auguro che tutto il Parlamento si renda conto della grande responsabilità che ha di fronte, che è quella di trasformare proposte fragili e contraddittorie in un disegno capace di farci finalmente procedere verso un cammino di risanamento e di sviluppo”.

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