Molti studiosi danno per certa la radice celtica e la tradizione cattolica viene esclusa: ma qual’è la verità?

la leggenda di Re Artù

Quando ho iniziato il mio viaggio intorno alle civiltà nordiche e i loro miti, tutto mi sarei aspettato tranne che dar vita a una trilogia di fantasy storico. Proseguendo il nostro cammino intrapreso con l’articolo “Le civiltà nordiche” già pubblicato su Blogtaormina, approfondiamo l’argomento in questione.

Nei confronti delle civiltà del nord Europa, è inutile negarlo, abbiamo avuto da sempre una sorta di diffidenza dovuta ad alcuni costumi, ritenuti da noi macabri. Singolare era l’abitudine di consumare carne cruda frollata tra le zampe dei cavalli.

Certo, avendo alle nostre spalle una civiltà come quella romana che per prima partorì una raccolta di dieci volumi di cucina, avrebbe quasi ragion d’essere. Eppure, la nostra superficialità circa i parenti più prossimi, come i Celti, non ci rende onore.

Leggendo i più noti ricercatori che parlavano del il mito dei Tuatha de Dannan, mi resi conto che, alcuni di loro, di tanto in tanto, facevano riferimento al mito di Re Artù.

Essendo letture avanzate, lo scrittore, evidentemente, riteneva scontata la conoscenza in merito da parte del lettore. Conoscenza che, a quanto pare, io non avevo. Presa da smania, cercai e cercai, finché non trovai le ragioni di tali riferimenti.

La maggior parte degli studiosi danno ormai per certa la radice celtica del mito di Re Artù escludendo, quindi, la tradizione romano cristiano-cattolica.

Se il mito fosse arrivato a noi, sprovveduti di quel tempo, parlando il linguaggio simbolico dei Tuatha de Dannan (la spada di Nuada, il calderone di Dagda Mor, la lancia di Lug e la pietra Lia Fail, che non erano altro che i quattro tesori dei Tuatha recati dalle quattro isole all’arrivo in Irlanda), non avremmo mai capito. Non avremmo capito il valore intrinseco di quegli stessi simboli.

Essa è la stessa simbologia contenuta nel mito di Re Artù, tuttavia, urgeva una traduzione simbolica. Fu così che la spada di Nuada, che non conosce sconfitta, divenne Ex Caliburni; la lancia di Lug, magica e infallibile, divenne la lancia di Longino; la pietra Lia Fail, che emette un lamento se calpestata dal legittimo Re, si tramutò in roccia mentre il calderone di Dagda, che non vede mai carestia, divenne il Santo Graal.

Come è facile intuire, la Chiesa epurò il mito applicando una sorta di traduzione  tale da poter parlare a chi proveniva da una tradizione diversa; quella cristiano-cattolica.

Quando i romani approdarono sulle isole britanniche, molto probabilmente seppero del mito come seppero del mito dei Tuatha che i celti legavano ai siti megalitici compreso Stonehenge.

Come ben saprete, anche Re Artù è particolarmente collegato al sito più enigmatico al mondo. I buchi neri intorno alle ricerche che trattano le civiltà nordiche, sappiamo tutti essere creati dalla mancanza di scrittura, tuttavia, molti autori hanno cercato di azzardare, se pur solo in teoria, la collocazione temporale del mito di Artù.

Alcuni affermano che, sì, il mito sia successivo a quello dei Tuatha ma non di secoli come si possa pensare. Altri, invece, asseriscono che sia quasi contemporaneo ma che comunque, i Tuatha ne costituiscano la vera e propria radice. Poi ci sono i coraggiosi che azzardano l’ipotesi che vede Re Artù come il mito più antico tra le civiltà nordiche tale da costituire la radice di tutti gli altri miti; il mito dei Tuatha e quello di Cù Culain (“La grande razzia”documento arrivato a noi grazie alla trascrizione fatta dalla Chiesa).

Dopo aver letto “qualcosa”, solo quallcosina, sia ben chiaro, mi sono persuasa che il mito di Re Artù sia successivo a quello di Cù Culain e i Tuatha semplicemente perché parla un linguaggio simbolico più evoluto; più maturo. Rispetto al linguaggio degli altri miti, Re Artù affronta la fragilità umana e lo smarrimento. Particolari, questi, non trascurabili, se cerchiamo di dare una collocazione temporale ai miti in questione.

Sulla possibile esistenza di Re Artù, che gli studi e le ricerche vedono come un capo clan valoroso e entrato a pieno titolo nella leggenda, non ci lascia affatto stupiti, giacché dobbiamo considerare che, probabilmente, i miti nascono intorno alle imprese di antichi eroi realmente esistiti.

Il rinvenimento, tra i canti dei bardi, delle gesta eroiche di un certo Artwis e Arthun e della lunga lista dei figli di Re Cunedda, oggi sono considerati la prova provata. Probabilmente, se la Chiesa non avesse fatto questa sostanziale opera di traduzione e trascrizione, il mito di Re Artù non sarebbe mai arrivato a noi. Se considerate che, secondo una non recente indagine, si è scoperto che, dopo Gesù, l’uomo più conosciuto al mondo è Re Artù, mentre al terzo posto c’è John Lennon… la dice lunga.

Non dimentichiamo che, se non fosse stato per i romani prima e la Chiesa poi, non sapremmo nulla di questi miti mentre, sicuramente, avremmo perso una gran fetta di storia … della nostra… storia.

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