Da Ascoli Piceno e Vibo Valentia a Caltanissetta ed Enna: ecco i 36 enti locali che verrebbero soppressi

fascia tricolore

Sono 36 le province sotto i trecentomila abitanti che rischiano la soppressione per effetto della manovra all’esame del Consiglio dei ministri.

Diciotto sono attualmente amministrate dal Pd (Benevento, Carbonia-Iglesias, Gorizia, Grosseto, La Spezia, Massa Carrara, Matera, Medio Campidano, Nuoro, Ogliastra, Pistoia, Prato, Rieti, Rovigo, Siena, Terni, Trieste, Vibo Valentia), dodici dal Pdl (Ascoli Piceno, Asti, Campobasso, Crotone, Enna, Imperia, Isernia, Olbia Tempio, Oristano, Savona, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli), quattro dalla Lega (Belluno, Biella, Lodi, Sondrio), una dall’Mpa (Caltanissetta) e una da Sel (Fermo).

Via le province, accorpati metà dei comuni. La manovra di emergenza di agosto ridisegna la geografia dell’Italia e «stravolge» soprattutto il Molise, la seconda regione più piccola del Paese (dopo la Valle d’Aosta). Campobasso e Isernia, tutte e due con meno di 300mila abitanti sono destinate a sparire. O meglio: a fondersi, per dare vita a un’unica provincia in un’unica regione. Un passo indietro di oltre quarant’anni, quando la sola Campobasso comprendeva tutti gli abitanti.

Il «terremoto» istituzionale tocca però anche i paesini. Sempre meno abitati negli ultimi anni. In Molise, 66 comuni su 136 dovranno essere accorpati perché abitati da meno di mille abitanti. A partire da Provvidenti, in provincia di Campobasso, con i suoi 141 abitanti e un’associazione italo-american-canadese in suo onore. Esattamente un secolo fa erano 1.008. Poi arrivarono la Seconda guerra mondiale e l’emigrazione.

I commenti, anche sarcastici, non si sono fatti attendere. «Il solleone di Ferragosto dà alla testa e gioca brutti scherzi», ha commentato Luigi Mazzuto, presidente della provincia di Isernia, eletto in quota Pdl. «Se le province sono inutili perché ne aboliamo solo alcune?», s’è chiesto Mazzuto. Che poi ha proposto di cancellarle tutte, «per avere un risparmio concreto».

Tra tagli e critiche, da Benevento, altra provincia da tagliare (ha poco più di 288mila abitanti), arriva il suggerimento per evitare la cancellazione. Come? Coinvolgendo gli emigrati. «Ai cittadini sanniti che vivono negli altri Paesi del mondo suggerisco di godere della doppia residenza», ha detto Carmine Nardone, ex presidente della provincia di Benevento. Più su, in Toscana, per evitare il taglio di Massa Carrara, l’esponente della Lega Nord regionale Guido Mottini propone di istituire una provincia nuova e più grande, l’Apuania, nata dalla fusione di con Lucca. O La Spezia. Che, però, è in Liguria.

Fatti i calcoli, la maggior parte delle province che dovranno sparire si trova nel Centro-Nord. Tra queste c’è anche quella di Sondrio: bacino elettorale della Lega Nord e «patria» del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il presidente della provincia, il leghista Massimo Sertori, s’è detto assolutamente contrario all’abolizione e ha tirato in ballo spauracchi territoriali. «Vorrei promuovere un referendum per capire se i miei convalligiani preferiscono andare con la vicina Svizzera oppure si accontentano di restare in un territorio di periferia, abbandonato al suo destino dallo Stato italiano», ha commentato Sertori.

In generale, come detto, sono 36 le province che potrebbero essere soppresse dalle prossime elezioni amministrative. Quasi un terzo di quelle esistenti. A partire da Pistoia, la più grande con 293mila abitanti, fino all’Ogliastra (in Sardegna) che di residenti ne ha 58mila. La Sardegna perderebbe 6 province su otto, la Toscana la metà (5 su 10), il Piemonte dovrebbe farne a meno di quattro, mentre la Basilicata perderebbe la provincia di Matera, restando così con la sola Potenza. Da un punto di vista strettamente politico, le riduzioni sono «bipartisan»: 18 amministrazioni sono guidate dal Partito democratico, 12 dal Popolo della Libertà, 4 dalla Lega Nord, una dall’Mpa e un’altra da Sel.

Per quanto riguarda i Comuni, i tagli previsti dalla manovra di agosto si abbattono su 1.945 di loro, quasi un quarto del totale nazionale. Il requisito base è quello puramente anagrafico: sotto i mille residenti iscritti si dovrà procedere all’accorpamento delle giunte e dei consigli comunali.

Le nuove realtà saranno guidate da una figura «monocratica» – una sorta di borgomastro – che non prevede la presenza di assessori e assemblee. Tutti numeri e scenari, questi, che nella rilevazione anagrafica del prossimo ottobre potrebbero, però, riservare più di qualche sorpresa. Leonard Berberi.

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