Un imprenditore, dal 1997 ad ora, ha ottenuto dalla Camera 586 mln per le refezione di palazzo San Macuto

Palazzo San Macuto, a Roma

La Camera ha approvato il nuovo bilancio 2011-2013 e tra i “tagli” per 150 milioni di euro (che in realtà non sono altro che mancati aumenti di spesa) ce n’è anche uno che i nostri parlamentari hanno approvato in un battibaleno, senza tante discussioni. E’ la chiusura della mensa di Palazzo San Macuto.

Per gli onorevoli – spiega L’Espresso – non sarà un grosso sacrificio, visto che la mannaia calerà su un self-service frequentato quasi esclusivamente da dipendenti di Montecitorio e collaboratori dei vari gruppi parlamentari.

A farne le spese saranno invece i 20 dipendenti, a 1000 euro scarsi, che lavorano dietro i fornelli e alle pulizie. Per loro non saranno ferie serene: “Non sappiamo neanche se al nostro ritorno avremo ancora un impiego” confessa una di loro, “e se questo self-service dovesse chiudere, noi andremo a casa”. Ricollocarli non sarà facile visto che la società che li impiega, la Milano 90, lavora quasi esclusivamente con la Camera dei deputati.

Milano 90 appartiene all’imprenditore Sergio Scarpellini, l’asso pigliatutto che dal 1997 al 2010 ha ottenuto dalla Camera 586 milioni di euro con i canoni di affitto di diversi palazzi con annessi servizi di ristorazione, caffetteria, pulizia e servizio ai piani. Tutti contratti vantaggiosissimi. Per Scarpellini. I conti in tasca alla Milano 90 li hanno fatti i Radicali italiani, che nell’agosto 2010 hanno pubblicato un dossier molto dettagliato sul rapporto privilegiato tra Montecitorio e l’imprenditore. Numeri che Scarpellini contesta: “In quel dossier non c’è neanche un numero reale. La verità è che i radicali ci hanno rovinati. Se ora devo mandare a casa 350 persone la colpa è soprattutto loro”.

Già, perché in ballo non c’è solo la ventina di addetti alla mensa. Il 31 dicembre 2011 la Camera recederà anche dal contratto di locazione di Palazzo Marini 1 (tra piazza San Claudio e via del Tritone), sempre di proprietà di Scarpellini. E non è finita: sempre a fine anno il Consiglio di Stato lascerà la sede di via delle Vergini dove lavorano altri 40 dipendenti.

“Certo, facciamo parte di un’azienda privata” racconta una dipendente Milano 90 al Consiglio di Stato, dove per settembre sono attese le prime lettere di messa in mobilità, “ma entro dicembre saremo in molti a perdere il posto per effetto di decisioni maturate da istituzioni pubbliche. Quasi tutti abbiamo una famiglia da mantenere. Molti di noi hanno 40-50 anni. La nostra situazione lavorativa è una patata bollente di cui la politica sarà costretta ad occuparsi”. La politica, certo, ma anche e soprattutto il datore di lavoro Sergio Scarpellini. Che però la sua decisione l’ha già presa: “Non ho scelta. La società era già in perdita prima che la Camera approvasse i tagli. Per mantenere i 190 dipendenti che rimangono, devo mettere in mobilità tutti gli altri”. L’alternativa ci sarebbe: trovare nuovi affittuari. “Ma con la crisi che c’è nessuno è interessato ai nostri palazzi”.

E’ anche vero che durante la discussione del bilancio gli onorevoli non si sono stracciati le vesti per trovare una soluzione al problema dei posti di lavoro a rischio. L’Italia dei Valori, che sullo stop dei vitalizi ai parlamentari ha cannoneggiato con il presidente Fini, una proposta ce l’ha. Ma – almeno per ora – solo per i 20 lavoratori a rischio immediato. “Dopo la chiusura di San Macuto la mensa di Palazzo Marini lavorerà a doppio regime – dice Antonio Borghesi, vice-capogruppo dell’Idv alla Camera – ci sarà quindi bisogno di più turni e quei 20 dipendenti dovranno essere riallocati. Una cosa è certa: non possiamo chiudere un servizio e mandare a casa la gente”. Ma i piani di Borghesi non coincidono con quelli del presidente della Milano 90, che all’Espresso ha già anticipato come da una mensa all’altra migreranno solo quattro dipendenti. Gli altri verranno tagliati.

L’altro partito che sui costi della politica sta dando battaglia è quello dei radicali. I grandi nemici di Scarpellini. “Non è venuto in mente a nessuno di indire una gara pubblica per riaffidare la mensa di San Macuto? – si chiede la deputata Rita Bernardini, “scopriremmo, magari, che per lo stesso servizio possiamo pagare molto meno. E la nuova società potrebbe prendere in carico i lavoratori della Milano 90”.

Peccato che la Camera non abbia neanche preso in considerazione l’ipotesi di un’altra gara pubblica…

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