Origini, evoluzione e dinamiche piramidali del fenomeno “Cosa Nostra” nel tessuto sociale italiano

mafia

La piovra: perché la mafia è definita “piovra?” Perché ha un assetto piramidale (come la dimensione fisica dell’animale); ha una testa (cupola); è tentacolata (la manovalanza); i tentacoli agiscono ghermendo a “macchia di leopardo” (le attività e i territori che sono sotto strangolamento, si alternano a quelli che non lo sono) e attraverso lo strangolamento soffoca la vittima che, in questo caso, è rappresentato dal tessuto sociale.

Proprio per tale caratteristica, coloro i quali non subiscono le pressioni da parte della organizzazione malavitosa,  in realtà è come se lo fossero in quanto vivono la terribile condizione di sudditanza psicologica.

La paura di diventare, un giorno o l’altro, nuova carne da macello. Questa dinamica è utile laddove l’organizzazione è meno estesa della popolazione. Vale a dire che la metà del territorio è controllata dalle costanti pressioni; l’altra, dalla paura che tali pressioni esercitano su coloro che assistono allo strangolamento.

Bene! Queste sono, per sommi capi, le dinamiche che muovono un’organizzazione malavitosa.
Qual è la sua acqua? Il negazionismo (asserire che la mafia non esiste) e il silenzio.
Iniziamo con il togliere alla mafia ciò che essa crede gli appartenga di diritto; la parola Governo.

Il termine, di radice latina (gobernare “reggere il timone”) deriva a sua volta dal greco kibernan, è utilizzato nel linguaggio giuridico e politologico. Il governo è proprio degli Organi di Stato. In definitiva il governo è uno degli elementi costitutivi dello Stato.

La mafia non può e non deve essere definita come “governo” perché essa è quanto di più vigliacco, ripugnante e limaccioso possa esistere.

Le loro inettitudini; quelle dei “capoccetti” ignoranti, analfabeti, senza  arte né parte, reclutano esaltati di bassa lega che, convinti di far parte di una… “famiglia” con grandi attributi, fanno “marchette” per tirare avanti.

Volgari assassini insomma. Gente che non ha mai avuto né coraggio né la voglia di accettare le vere sfide dei nostri tempi; costruire qualcosa. Eterni perdenti che vivono gonfiando la faccia della povera gente che fa sacrifici; che al mattino si alza per andare a guadagnarsi il dignitoso pane e la possibilità di creare un futuro decoroso ai propri figli. Questi sì, che sono eroi. Chi, ogni giorno ha il coraggio di alzare la grata della propria attività e lavorare.

E gli altri? Gli altri, lerci ladruncoli; perché solo di questo si tratta; di volgari ladri, convinti di possedere quella Terra, martirizzano la mia gente; la mia terra.

Già! La Sicilia appartiene a tutti noi. La gente di Sicilia; di una delle regioni più belle del nostro Paese; di cui ogni giorno, per ciò che possiede, ne andiamo fieri nel mondo, è gente nostra. E’ mia;  quella terra. Anche nostra.

La Sicilia appartiene all’Italia; appartiene all’Europa; è del mondo! Era tanto, forse troppo tempo fa, quando vidi per la prima volta quella maestosa Signora adagiata nel Mediterraneo. Mentre il traghetto si avvicinava, non mi parve  vero. Bella; silente; gigantesca.

E ti senti Ulisse; stregato dal suo canto ammaliatore. E poi, Palermo, Agrigento, Messina e Taormina di notte. Non mi pareva vero.

“Ma che posto di magia è questo?” E quegli odori! Quelle bellezze; tante, da farsi venire il torcicollo lungo le strade. “Ma nel nostro Paese, nella nostra Italia, c’è una terra sorprendente come questa? Davvero!” mi dissi.

E poi, pensai. Pensai a quanto questi maiali la pieghino; a quanto questi lerci vigliacchi la deturpino. Deturpino la mia terra; la mia gente. Schifose bestie che non amano la propria terra; non amano la propria gente; non amano i loro figli. Non amano il loro passato come non amano il loro futuro. Conoscono solo il presente. Un triste e grigio presente che la mia gente è costretta a subire.

E penso sempre: “Siate maledetti!”. Spero lo siate per ciò che siete e che non siete; spero che lo siate per ciò fate e che non fate. E ricordo la gente di Sicilia…

La gente perbene che ti sorrideva all’entrata di un negozio; al pasticcere che mi chiese circa il mio nome e lo scelse per la sua bimba in arrivo. Al fotografo che non aveva il resto da dare e quando, non volendo che si distraesse dal suo lavoro, dissi: “Non si preoccupi vado io a cambiarli qui accanto. Intanto, trattenga il rullino, lo prenderò al mio ritorno!” replicò dicendo: “Signorina! Ma ci mancherebbe! Sono io a doverla ringraziare! Lo prenda pure! So che tornerà!”

“Tornerà?” mi chiese il pasticcere. “Quando tornerà venga a trovarmi! Le farò conoscere la sua figlioccia!” “Sì!” dissi ” Tornerò!” ma mentii. Io non tornai.

Non tornai più in quella Terra incantata dalla storia più antica del mondo. Dal clima assurdo, per essere fine febbraio. Partimmo che qui, nelle Marche, c’era neve. Nel nostro autobus avevamo riposto gli stivali, piumini e sciarpe. Ma in Sicilia… in Sicilia no! Nella nostra Sicilia c’era sole. In Sicilia… era già estate!

Lo giurai! Lo giurai più volte: “ non andrò più in Sicilia finché questi schifosi ladri e delinquenti alzeranno ancora una volta la mano su quella terra!”.

E intanto, chissà come sarà cresciuta Diletta! Sì! La figlia di quel pasticcere! La mia figlioccia.  Quella che oggi porta il mio nome perché i loro genitori lo udirono sulle labbra di una mia amica mentre meravigliava dinanzi a tutto quel ben di Dio. E quei sapori che ancora oggi ricordo. Quella cucina nella quale, di tanto in tanto annaspo rozzamente tra, origano, olive nere e capperi.

E intanto, la mia terra soffre. E intanto, le urla di un monte incandescente si levano alte per la pena nel cuore. E intanto, io… in Sicilia, tra la mia gente… non ci tornerò…

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