Il mondo delle case editrici: come funziona? Cosa aspettarsi e i suggerimenti per evitare “beffe” e delusioni

editoria

La mia avventura inizia nel 2002 quando, senza aspettarmi nulla, decisi d’inviare i primi due volumi giacché i due successivi (Alfheim –il regno perduto e Gorokh, pubblicati rispettivamente nel 2009 e 2010) erano quasi completati. Su circa quaranta Case Editrici, grandi e piccole, contattate, ben ventitre diedero esito positivo. “Bene!” –direte-“Complimenti!”. Eh no! Non è così semplice.

Le mail di risposta esordivano tutte con grandi sviolinate, composte nel seguente modo: “Ben strutturato; ben scritto; soggetto valido; ben argomentato con fonti storiche; valido per il mercato del “genere” e il pubblico cui è destinato”.

Subito dopo, arrivava la struttura del “progetto” del libro consigliato dalla Casa stessa. Costo del volume ( tra i 13.00 e i 16.00 euro) numero di pagine; impaginazione; copertina, e via di seguito. I dolori erano sempre in fondo quando, con quello che loro chiamano “semplice contrattino”, presentavano il… “conticino”. La cifra varia tra i 1600.00 e i 4800.00 euro.

L’obbligo di acquisto dell’opera a prezzo di vendita è di 50 volumi, vale a dire, più è alto il prezzo dell’edizione, minore è la quantità di libri che siete obbligati ad acquistare.
Quando dalla mail di risposta capivano che al solo leggere la cifra mi erano venuti i capelli bianchi, allora proponevano un pagamento rateale. Se al contrario, la “spesa” appariva “digeribile”, pensavo “Bene! Metterò da parte qualche soldino e investirò quelli che mi entreranno dalle vendite”.Ma non è così.

Precisavano che prima avrei dovuto corrispondere tutto il pagamento rateale, (un anno), poi avrebbero pubblicato l’opera. A quel punto la mia domanda fu: “Se …”l’azienda” nel frattempo è colta da stato fallimentare, chi risarcisce il pagamento?”.

Replicando stizziti precisarono che ciò è impossibile, si trattava di una Casa Editrice solida e che se avessi voluto pubblicare il libro avrei dovuto pur rischiare qualcosa. Ma perché avrei dovuto farlo io se era vero che l’opera era valida per il mercato?

In fondo, si trattava di un’autoproduzione a tutti gli effetti. Alcuni ti proponevano un minimo di contributo e finalmente credei che facesse al mio caso. No!!!

Il contributo era effettivamente proponibile, circa 500.00 euro ma nel “contrattino”, al punto 4 appresi che avevo l’obbligo di acquistare 200 copie su un totale di 300. Se la matematica non è un opinione, 200 libri per un costo unitario di circa 15.00 ero, quanto fa? Era il costo dell’editura. Ma… allora… non è gratuito!

Poi ci sono i ” tipi” straordinari i quali nei loro siti annunciano a caratteri cubitali e palpitanti di pubblicare senza contributo e senza obbligo di acquisto dei libri. Accidenti!! E’ fatta!! Eh, no!!

Lo scrittore deve rinunciare ai tutti i diritti di autore e sull’opera cedendola alla Casa Editrice che ne potrà disporre a proprio piacimento (rielaborazione, inserimento all’interno di collane, edizioni come racconti brevi o economici), non è prevista la percentuale di guadagno ma, gentilmente, “buona grazia loro”, consentono all’autore di apporre il proprio nome sulla copertina. Singolare, vero?

Infine arrivano… “gli eroi coraggiosi” che ti danno qualche dritta su come funziona il mondo dell’editoria. “ Deve farsi una ragione” -dicono- “ per i primi tempi” ( cosa s’intenda per “primi” o “tempi” non è dato sapere), “non ci saranno guadagni”. Sì, ma…per chi?
Poi, accadde una cosa davvero singolare.

Alcune Case Editrici preferiscono il contatto telefonico. Chiamò una tizia; importante Casa Editrice. Dopo la sviolinata di cui sopra, domandò incuriosita: “Ha altri racconti?” e io, candidamente: “Beh… sì!” e lei: “Sullo stesso genere?” e io, sempre più ingenuamente: “Tre; uno lo sto ultimando!” e lei: “Bene! Tra qualche minuto vada alla sua mail; le invio la proposta di contratto”.

Nella proposta di contratto era segnalata l’esclusiva verso la Casa in oggetto per cinque anni. Tanti quanti erano i miei libri. Iniziai a mangiare la foglia. Ai tizi che chiamarono in seguito, alla stessa domanda, risposi con numeri diversi.

Eh sì! Funziona proprio così. Se l’opera inviata è valida, ti legano, in anni, per la stessa quantità di libri che hai prodotto. Se vuoi pubblicare, dovrai farlo necessariamente con loro.
Stremata dall’esperienza, trattai una signorina a pesci in faccia la quale mi disse: “E’ evidente che lei non sappia cos’è una Casa Editrice e cosa occorre fare per pubblicare!” sarcasticamente replicai “Sicuramente non so cos’è una Casa Editrice, ma certamente so com’è fatto uno che ti vuol fregare!”

Non inviate materiale, che non sia stato protetto da “deposito inediti”, alle Case Editrici che lo chiedono come prerogativa (elencandolo tra le regole cui attenersi) per l’esame di proposte editoriali o altro genere. Nel giro di poco tempo, dopo che vi è stato dato picche dall’editore, potreste ritrovarlo alla fiera del libro di Torino rimaneggiato da chi sa scrivere meglio di voi.
Non inviate materiali alle Case Editrici che non prendono in esame inediti o che non pubblicano il vostro genere è un dispendio di tempo e di energie.

Se l’invio è richiesto in formato cartaceo, sarebbe una spesa inutile. Se invece decidete di inviarlo fatelo sempre in raccomandata con ricevuta di ritorno… non si sa mai. Inviarlo a una azienda che produce oggettistica, come mi è capitato di fare alle quattro del mattino, non vi recherà alcuna conseguenza.

Se poi vi dico che mi hanno risposto dopo alcuni giorni precisando la natura dei loro prodotti e porgendomi congratulazioni nonché tanti “in bocca al lupo”, non ci crederete mai. Beh! Almeno lo hanno letto!

Spero che la mia esperienza non sia servita a demotivarvi più di quanto non lo foste già, ma a evitare che cadiate nella tela del ragno. Non  tutte sono così.

Una Casa Editrice non è, e non deve essere un Istituto di beneficenza, però mi chiedo “ quanto siamo disposti a incentivare le ambizioni delle medie e piccole realtà editoriali ogni volta che varchiamo la soglia di una libreria o quella di un portale?” “Perché i grandi Gruppi Editoriali devono prendere incentivi statali se poi, l’unica cosa che sanno proporvi è, a tutti gli effetti un’autoproduzione?”

Sarebbe corretto e leale che, le “ aziende” cui fa riferimento la mia esperienza, rinuncino alla dicitura “Casa Editrice” proponendosi piuttosto come “stamperia”.

Probabilmente, adesso non troverò più una Casa che mi produca, è vero altresì, che non troverò neanche chi è pronto a farmela… Bella consolazione…

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