Riaperte le indagini sulla morte del calciatore del Cosenza. Si rafforzano i dubbi: è stato “suicidato”?

il corpo di Donato Bergamini

Riaperto il caso di Donato Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza morto a 27 anni nel 1989 in circostanze poco chiare. Il gip del tribunale di Castrovillari due settimane fa ha accolto la richiesta della locale procura e dell’avvocato dei familiari Eugenio Gallerani. L’ipotesi di reato contenuta nel nuovo fascicolo è di omicidio volontario contro ignoti.

Bergamini secondo la prima inchiesta e il successivo processo venne investito da un camion sulla Statale Jonica 106 in località Marina di Roseto Capo Spulico (Cosenza) la sera del 18 novembre 1989. Con lui in auto c’era una ragazza con la quale il calciatore aveva avuto una relazione.

Venne imputato per omicidio colposo un autotrasportatore che secondo la pubblica accusa aveva investito Bergamini per imperizia. Morte misteriosa, anomala cominciano a scrivere i giornali adombrando che dietro potesse esserci qualcos’altro; si inizia a parlare di totonero, calcioscommesse.

La famiglia del calciatore originario del Ferrarese non ha mai creduto alla tesi dell’incidente e men che meno a quella del suicidio. Il camionista sarà poi assolto in via definitiva. La seconda inchiesta sulla morte di Bergamini viene aperta nel 1994 su impulso della questura di Cosenza.

Muta il titolo di reato, omicidio volontario, ma tutto si conclude con un’archiviazione a causa della mancanza di elementi di prova validi a sostenere l’accusa. E ora cosa sarebbe cambiato? Il legale della famiglia Bergamini ha messo a punto un dossier di 208 pagine consegnato alla Procura, il frutto di anni di lavoro.

L’avvocato alla notizia della riapertura dell’inchiesta ha affermato “che gli elementi in nostro possesso possono a nostro avviso far riaprire il caso, crediamo sia necessario”. Probabili nuove perizie medico-legali e tecnico-scientifiche per ricostruire la dinamica dei fatti.

Tra quello che non ha mai convinto delle conclusioni della prima inchiesta il fatto che il cadavere di Bergamini non presentasse ferite considerate compatibili con l’impatto con un camion che lo avrebbe trascinato per circa 60 metri sulla strada bagnata. Anche i suoi vestiti non sarebbero stati sporchi del fango presente sul luogo del supposto incidente.

Incongruenze che è lecito pensare saranno riesaminate con cura nel corso della nuova inchiesta. Carlo Petrini ex calciatore della Roma e del Milan sulla vicenda nel 2001 ha scritto un libro “Il calciatore suicidato”: «Una cosa solo è certa, Denis sotto quel camion non ci si buttò. Lo gettarono quando era già morto ammazzato».

La donna che era con Bergamini ha sempre sostenuto che il calciatore, sceso dalla vettura, si è lanciato dal bordo della strada di sua volontà sotto il camion. «Isabella ha sempre raccontato agli inquirenti che Donato voleva scappare via, alle Hawaii, in Australia, insomma all’estero. E che dopo due ore di discussione all’improvviso si gettò sotto a quel camion…» racconta Petrini.

«Ma una che vede una scena del genere poi cosa fa? Non chiamò subito i carabinieri, ma raccontò di un fantomatico soccorritore – di cui non si è mai saputo più nulla – il quale arrivato sul posto lasciava la moglie incinta lì sulla Statale, davanti al cadavere di uno sconosciuto, per di più in una sera di pioggia, e prendeva la guida della Maserati per accompagnarla in un ristorante di Roseto Marina dove le prime telefonate che fece furono al compagno di squadra Marino, all’allenatore Gigi Simoni, a sua madre e al direttore sportivo Ranzani».

Poi l’auto di Bergamini scompare. La Maserati di Bergamini rispunterà il giorno dopo per essere consegnata al padre del giocatore, linda come se fosse appena uscita dalla fabbrica, priva di ogni traccia per effettuare i rilevamenti scientifici del caso. (…) Un altro factotum del Cosenza, Alfredo Rende, informato su questo e altri episodi, fu indotto al silenzio.

Fino al giorno in cui, forse punto dal rimorso, Alfredo telefonò a casa Bergamini, annunciando che a fine campionato si sarebbe recato a Boccaleone per «raccontare tutto». Ma non avrebbe più parlato. Di lì a poco Rende sarebbe morto, anche lui vittima di uno strano incidente d’auto, e guarda caso sempre lungo la Statale Jonica 106.

Spunta una presunta pista droga: sulla scena, sempre più misteriosa, all’improvviso una “giovane detective”. Damatiana De Santis, falso nome di una presunta studentessa alla Facoltà di Matematica di Cosenza, che nel frattempo si è volatilizzata e sarebbe molto importante se ora ricomparisse per svelare altri dettagli importanti, come quelli che rivelò allora.

Tipo che a Bergamini venivano date delle “scatole di cioccolatini” quando con il Cosenza saliva al Nord per le trasferte del campionato di Serie B. In quella scatola non c’era certo della dolce e innocua cioccolata, ma veniva nascosta la droga da spacciare nel fiorente mercato dell’Italia settentrionale. Bergamini è probabile che a un certo punto scoperto il trucco si sia rifiutato e per questo ha pagato con la vita?

Ma si parla anche di partite “aggiustate”. Di sicuro c’è che nella stagione 1988-’89 la malavita scese pericolosamente in campo. Franco Pino, un boss dell’ ’ndrangheta, in un processo confesserà che in quel campionato aveva truccato l’esito della partita Cosenza-Avellino (2-1), tenendo in ostaggio sulle tribune dello stadio San Vito, durante l’arco dei 90 minuti, la moglie di un giocatore della squadra irpina, «per essere certo – rivelò – che il risultato andasse a buon fine».

“Per noi – dice Donata Bergamini, sorella di Denis – qualcuno lo ha ucciso, ne siamo sempre stati convinti e ora anche tecnicamente abbiamo gli elementi per poterlo dimostrare, per questo abbiamo chiesto alla procura di riaprire il caso”.

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