È un sensore simile al bastoncino usato per girare il caffè. Si colora se la sostanza è presente nel cocktail

Ghb, la-droga dello stupro

Una luce che si accende su un sensore piccolo come la capocchia di uno spillo. Oppure un sms inviato in tempo reale dal sensore sul cellulare. Insomma, un segnale di allarme che metta in guardia in modo discreto, ma allo stesso tempo riesca a scongiurare il rischio di ingerire, insieme a un cocktail o qualsiasi altra bevanda, anche la cosiddetta «droga dello stupro» (date rape drug). 

Il sensore, dall’aspetto simile a quello di una bacchetta per mescolare il caffè, da immergere nella bevanda e in grado di analizzarla in tempo reale è stato costruito e brevettato nei giorni scorsi da due ricercatori dell’Università di Tel Aviv, in Israele, Fernando Patolsky e Michael Ioffe. Ora dovrà essere miniaturizzato, in vista di una possibile produzione su larga scala. Le droghe dello stupro sono sostanze stupefacenti, inodori e insapori, che agiscono sul sistema nervoso come sedativi, provocando, a seconda dei casi, perdita di controllo, disinibizione e amnesia. Servono a stordire la vittima per obbligarla a avere un rapporto sessuale, di cui lei si accorge solo quando, esaurito l’effetto della droga, ne ritrova i segni sul suo corpo.

Quella delle droghe dello stupro è stata a lungo ritenuta una leggenda metropolitana. Negli anni ottanta, ad esempio, girava la voce che «in discoteca mettono la droga nella Coca Cola».

Più recentemente, l’allerta ha circolato per anni nei forum femminili e via email sotto forma di catena di Sant’Antonio, tanto che anche Paolo Attivissimo, il più famoso smascheratore di bufale in Italia, ne ha parlato sul suo blog, sottolineando alcune scorrettezze presenti in queste mail. Bufale e confusione a parte, però, la droga dello stupro non è un’invenzione, ma un fenomeno in crescita. Il dipartimento di Giustizia americano stima che ne siano state vittime, tra tentativi e violenze vere e proprie, circa 200 mila donne.

Una ricerca analoga è stata svolta anche dall’Unione Europea in sei stati. In Gran Bretagna, circa il 5 per cento dei casi di stupro rimandano al loro utilizzo secondo lo «European Monitoring Centre for drugs and drug addiction».

E in Italia? Non ci sono statistiche ufficiali, ma a luglio scorso a Milano la Guardia di Finanza ha sequestrato quarantacinque litri di stupefacenti e arrestato venticinque persone che li avevano acquistati online. In diverse università si stanno studiando metodi per poterli identificare all’interno delle bevande e offrire così sia alle potenziali vittime che alle Forze dell’ordine un mezzo per difendersi e identificare chi ne fa uso. In quanto a testimonianze, la scrittrice americana Sophia Carroll, ha raccontato di essere stata vittima di un tentativo di approccio attraverso la droga dello stupro in un articolo sull’Huffington Post.

Le sostanze utilizzate più frequentemente per le aggressioni sono la ketamina e il GHB (gamma idrossibutirrato, derivato solubile in acqua – e quindi compatibile con cocktail e bevande – dell’acido gamma idrossibutirrico), entrambe inserite anche nell’elenco degli stupefacenti del ministero della Salute.

Nelle intenzioni degli inventori, il sensore una volta messo sul mercato dovrebbe avere all’incirca l’aspetto di una piccola bacchetta, come quelle usate per mescolare il caffè. Inserito nella bevanda, ne assorbe una goccia per farne un’analisi colorimetrica: i composti chimici presenti sul sensore reagiscono con gli stupefacenti, se sono presenti, formando un composto colorato, un po’ come funziona con gli strip che servono a individuare l’acetone nelle urine dei bambini. Il sensore, poi, tramite un sms o un altro segnale, avviserà in maniera discreta il suo utilizzatore.

I test preliminari fatti su cinquanta cocktail preparati da barman professionisti hanno evidenziato tutte le contaminazioni da «date rape drug», senza che si verificassero casi di falsi positivi. Ora la ricerca continua, per rendere l’apparecchio in grado di identificare un numero maggiore di sostanze stupefacenti.

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