Cc ammanettano Giuseppe Raneri: nel 2010 fu preso in un’operazione per traffico internazionale di droga 

Giuseppe Raneri

I Carabinieri della Stazione di Taormina e dell’Aliquota Operativa della Compagnia di Taormina hanno arrestato nelle scorse ore Giuseppe Raneri, 39 anni, ritenuto affiliato al clan mafioso catanese dei Cintorino, meglio conosciuto nell’ambiente della criminalità organizzata come “O’ Negus”.

L’uomo è stato arrestato in esecuzione di un provvedimento emesso dall’Autorità Giudiziaria di Catania, dovendo scontare una pena residua di 9 mesi di reclusione. L’uomo è stato raggiunto alle prime luci dell’alba presso la propria abitazione a Castelmola dove si trovava sottoposto alla misura restrittiva della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno.

Raneri era stato arrestato il 12 gennaio 2010 nell’ambito di una vasta operazione condotta dai militari della Compagnia Carabinieri di Giarre e del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Catania, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di 32 presunti appartenenti alla cosca Cintorino che opera nella riviera ionica, ai confini tra Calatabiano e Taormina.

I reati all’epoca ipotizzati erano il traffico di droga e l’estorsione. Rilevante era stato l’accertamento del tentativo di infiltrazione nelle elezioni politiche amministrative del Comune di Calatabiano del maggio 2007, quando la cosca tentò di sostenere la candidatura a sindaco di un soggetto che poi però non venne eletto. Per l’operazione ci si era avvalsi anche della collaborazione di personale investigativo e giudiziario spagnolo, poiché si era scoperto un vasto traffico di droga tra Sicilia, Spagna e Colombia.

L’attività aveva evidenziato innanzitutto l’esistenza e la piena operatività della cosca denominata Cintorino, dal cognome dello storico capo del clan, Antonino Cintorino, il quale, nonostante detenuto e sottoposto al regime di cui all’art. 41 bis Ordinamento Penitenziario, riusciva a mantenere i contatti con i propri affiliati. Il sodalizio in questione si occupava di delitti contro la persona, di estorsioni sulle attività imprenditoriali e commerciali; del traffico e dello spaccio di stupefacenti.

Gli affiliati disponevano di covi e rifugi sicuri ove riunirsi, o sottrarsi alle ricerche delle forze dell’ordine o degli avversari; disponevano di telefoni cellulari e di armi; gestivano e suddividevano i proventi di attività illecite secondo delle logiche spartitorie che avrebbero dovuto privilegiare gli affiliati detenuti, anche se emergeva poi che la naturale propensione verso il crimine di tutti gli adepti faceva sì che, al di là di rigide suddivisioni, nella realtà ognuno cercasse poi di sfruttare a suo vantaggio ogni occasione si presentasse.

Frequenti erano inoltre le lamentele nei confronti di appartenenti all’associazione, ritenuti responsabili di una gestione quantomeno “disinvolta” di denaro di pertinenza del gruppo, quando non di vere e proprie appropriazioni.

Due elementi caratterizzavano in pieno l’associazione delinquenziale in questione, cioè la mutua assistenza, anche legale per gli affiliati detenuti o ogni qualvolta venivano arrestati, e materiale per le famiglie dei detenuti che devono essere mantenute in loro assenza.

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