Il Premier fa l’ennesimo “teatrino” alla Camera e al Senato, ma gli italiani stanno a guardare: intanto la crisi avanza

Silvio Berlusconi, il "presidente imprenditore"

Stamattina il motore di ricerca “Libero” titolava in questo modo: “Dai mercati ok a Berlusconi!”

Siamo felici che la borsa sia tornata a salire, ma vorremmo far notare che non è con gli spot che si esce dalla difficile situazione economica in cui siamo precipitati.

Né con facili entusiasmi né con facili allarmismi. I mercati non sono il gioco del lotto. Anzi è forse proprio perché ormai  viviamo solo sull’onda di trovate pubblicitarie, che siamo giunti ad un punto di  non ritorno.

Una sorta di irrazionalismo, che  ci fa agire secondo l’emozione del momento e non secondo un ben definito progetto di sviluppo e di crescita.

La crisi che ci ha investito richiama la nostra attenzione sul fatto che la politica è una cosa seria e che un paese non si può reggere su spot pubblicitari.

Non serve dire, per placare gli animi degli italiani che la crisi non c’è e che siamo il paese migliore dell’area euro. Per far crescere la nostra economia ed affrontare  la crisi, non è utile convincerci che la crisi non c’è o che è solo frutto della nostra illusione.

Perché mentre noi  ci illudiamo che non ci sia, gli osservatori stranieri invece pesano il nostro paese sulle scelte concrete effettivamente operate e  quando si accorgono che la nostra economia ha i piedi di argilla, non esitano a sfiduciarci.

Il fatto che la Borsa sia stata ad un certo punto in rialzo non significa nulla. È proprio questa oscillazione continua dei mercati che dovrebbe essere letta come un campanello di allarme (per altro Piazza Affari scende ancora e chiude la seduta odierna senza comunicare la variazione del suo indice di riferimento. Il calcolo del Ftse Mib è stato sospeso alle ore 17, per probabili, ma non ufficialmente precisate, ragioni tecniche. L’ultimo dato disponibile dava un calo del 3,23% a 16.459 punti, ndr).

I mercati, che ormai speculano sulla nostra economia in quanto la giudicano fragile,  il giorno prima ci promuovono ed il giorno dopo ci bocciano. E questo avviene perché non siamo in grado di proporre soluzioni sul lungo termine convincenti. Per gli operatori internazionali più che un paese laborioso, sembriamo un popolo “fanfarone”, amante delle trovate pubblicitarie, delle parate trionfali che dovrebbero tirarci fuori dal pantano.

Anche se la classe politica italiana (di basso profilo purtroppo!) non l’ha capito, i mercati ci stanno dicendo che o cambiamo rotta o la nostra barca affonderà.

Ed anche il discorso di Berlusconi e dei parlamentari ieri appariva tutt’altro che improntato ad un senso di responsabilità.  Mentre si parlava della crisi che ci sta duramente colpendo, c’era chi rideva, chi sghignazzava, chi si occupava di altro.

Sembrava un teatrino che abbiamo visto e rivisto tante volte. Da una parte il presidente del consiglio e la sua maggioranza di nominati, che si autodefiniscono responsabili, che pur di non perdere la poltrona sono disposti anche a far affondare l’Italia.

Pronti a difendere le loro ragioni, a  fingere che quello che sta accadendo non sia nulla, a ripetere una ricetta che ormai si è rivelata fallimentare, a rifiutare qualunque possibilità di fare un passo indietro e di farsi da parte nel bene del paese e di aprire le porte a soluzioni nuove .

Dall’altra un’opposizione che non riesce ad elaborare un’offensiva convincente, che non riesce ad uscire dalla logica dell’attacco, che non riesce a catalizzare intorno a sé il giusto consenso per aprire una fase ed una stagione nuova.

All’angolo, ma consapevole di quel che sta accadendo, ed incapace di utilizzare fino in fondo le sue prerogative il Presidente della Repubblica, che vede che stiamo per toccare il fondo, ma che non fa nulla per staccare la spina ad un esecutivo ormai fallimentare, che si ripete e si attorciglia in proposte che non portano a nulla.

E poi il paese che sta a guardare. Gli italiani che preferiscono invece di pretendere un cambiamento radicale,  “tirare a campare”.  Preferiscono alla vita, la sopravvivenza. Chiusi ormai nel loro guscio guardano indolenti il proprio paese morire, spegnersi, precipitare poco a poco risucchiato in un baratro senza fine.

Invece che lottare e chiedere un cambiamento di rotta preferiscono chiudersi in un’ottica rinunciataria.

Purtroppo  il discorso del premier ieri in Parlamento ci ha fatto pensare non ad una scena di una moderna democrazia occidentale, ma alle pagine del famoso saggio sulla Rivoluzione Napoletana di Vincenzo Cuoco.

Mentre infatti infuria la crisi e si richiedono decisioni urgenti, la casta si arrocca nel palazzo. Litiga, si incolpa a vicenda, disperde le energie in scontri fratricidi, fa discorsi di circostanza. Ripete frasi dette e ridette migliaia di volte.

Propone soluzioni notoriamente fallimentari. Se la ride di tutto e di tutti, irresponsabilmente consapevole di non essere all’altezza di affrontare il problema.

E sottobanco continua a gestire i propri interessi come se nulla  stesse avvenendo. E intanto il ceto medio-basso è risucchiato dalla crisi, dall’inflazione, dal lavoro che non c’è, dall’ondata negativa dei mercati che ci stanno aggredendo in maniera feroce.

Per far fronte a questa situazione bisognerebbe ridare fiato alla classe media. Abbassare i costi dei carburanti, dei servizi, delle assicurazioni, dei generi alimentari, dei trasporti, aumentare gli stipendi, incentivare l’agricoltura, tassare i ceti ricchi e drenare per la crescita le risorse recuperate. Invece si ripete lo stanco rito di una farsa che potrebbe portarci al default.

Purtroppo siamo arrivati ad un punto di non ritorno. È inutile nasconderselo.

I mercati ci stanno chiamando alle nostre responsabilità e soprattutto ci stanno inchiodando dinanzi ai tanti errori commessi in questi anni.  Improvvisamente si sta sollevando il sipario di una politica fatta di immagine e di spot.

La stagione berlusconiana, già finita, ci sta riservando (in cauda venenum!) l’ultimo regalo, e sta uscendo di scena nel peggiore dei modi, aprendo le porte ad una crisi economica senza precedenti.

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