Un articolo in origine richiesto da un noto giornale italiano e poi scartato: ai nostri lettori capire il perchè

Usa e Italia: due modi di fare giornalismo

Quando mi assunsero come giornalista a “Tv/Radio Age”, una rivista bi-settimanale di New York City, ad ogni articolo che consegnavo, il direttore Al Jaffe non mancava di farmi un interrogatorio di terzo grado: “Perché dire che é famoso? Se lo é veramente non c’é bisogno di dirlo”, mi rimproverava.

Ed ancora: “Puoi supportare questa affermazione? E’ tua o è una citazione”? E cosí di seguito, e guai se il pezzo fosse sbilanciato a favore di qualcosa o qualcuno. Poi l’articolo passava al redattore capo che ne verificava i fatti e quindi al correttore di bozze che controllava grammatica e sintassi.

In Italia, invece, raramente un redattore mi chiama per verificare dei dati o dei fatti. A volte ho trovato pubblicati articoli con refusi che mi erano sfuggiti e, a volte, non sono mancati titoli che poco riflettevano il corpo dell’articolo. Ma questo é il male minore che affligge la stampa in Italia.

Ci sono cose sulla grande stampa italiana che in America sarebbero per lo più inammissibili:

*L’accuratezza. Trovo la stampa italiana molto approssimativa. Spesso nomi e qualifiche di personaggi descritti vengono tralasciati. Spetta al lettore capire chi sono.

*I dettagli. In Italia sembra che gli articoli vengano pubblicati a puntate. Mai un riassunto dei fatti negli aggiornamenti. Se il lettore mancasse una puntata l’articolo diventa praticamente incomprensibile.

*La struttura. Negli Usa la notizia é data nelle prime righe, in Italia a volte si trova in fondo all’articolo.

*L’equilibrio. In Italia spesso manca, e se fosse presente viene sminuito. I giornali non danno spazio ad opinioni discordanti con la linea editoriale. Il lettore crea l’equilibrio  leggendo piú giornali di opposte tendenze.

*La manipolazione. Le notizie spesso vengono strumentalizzate da una posizione politica. Gli editori forse pensano di servire il lettore perché, visto che compra il giornale, questo si identifica con la stessa posizione politica.

*L’incompresione. In Italia li chiamano “messaggi cifrati”. Una volta chiesi ad un noto giornalista italiano il significato di un suo articolo visto che a me le parole sembravano non aver senso. Questo si offese  e rispose che “Treno vuol dire treno, casa vuol dire casa e strada vuol dire strada”.

*Sussidi. Negli Usa sarebbe inimmaginabile che la stampa riceva qualsiasi forma di sussidio statale. In America un giornale vive solo se il pubblico lo legge.

*L’autocritica. Nessun giornale italiano pubblica articoli critici su se stessi. In America l’autocritica é una prassi collaudata.

*Ordine dei giornalisti. Negli Usa è visto come un’interferenza governativa. Anni fa gli americani, con un’azione coordinata dall’Onu, hanno combattuto questa forma di autocensura imposta all’America Latina dei generali.

*Privacy. É una cosa inventata dai ricchi e potenti italiani per non essere soggetti a scrutinio pubblico. Mia zia Maria, pensionata casalinga di Giulianova, dice che non avrebbe nessun timore ad essere intercettata o investigata dalla stampa.

*Libertá di stampa. Infine, ma non ultimo, in Italia c’é il problema delle minacce di querela come forma di censura preventiva. A differenza degli Usa, la Costituzione italiana non garantisce la libertá di stampa, ma solo quella di pensiero.

In America un giudice non accetterebbe mai una querela contro la libertá di stampa. In Italia, invece, le querele fanno sí che solo i ricchi editori si possano permettere di fare servizi investigativi.

Ci sarebbe anche da parlare del linguaggio poco educato usato dalla stampa italiana, ma poi correrei il rischio di essere troppo pedante…

© Riproduzione Riservata

Commenti