Sentenza della Corte Costituzionale n. 181 del 10 giugno 2011, scheda di sintesi

Corte Costituzionale

Come noto, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 181 del 10 giugno 2011 ha dichiarato costituzionalmente illegittimi i commi 2 e 3 dell’art. 40 del TU Espropri.

Pubblichiamo un breve schema riassuntivo inerente la attuale normativa applicabile ed una ipotesi di “scheda ricognitiva” degli elementi che possono concorrere a determinare l’indennità dei terreni non coltivati (art. 40, commi 2 e 3 d.p.r. 8 giugno 2001, n. 327).

L’indennità di esproprio dopo la sentenza Corte Costituzionale n. 181 del 10 giugno 2011. Quale normativa?

Attualmente la normativa di riferimento è rappresentata dal D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità“.

È da notare che la Corte Costituzionale con sentenza n. 181 del 10 giugno 2011 ha dichiarato costituzionalmente illegittimi i commi 2 e 3 dell’art. 40 di detto TU Espropri. Nel dettaglio, sono state ritenute incostituzionali le previsioni dei due commi anzidetti, perché, facevano riferimento al solo VAM (valore agricolo medio), relativo “al tipo di coltura prevalente nella zona o in atto nell’area da espropriare”, ai fini della determinazione della indennità di esproprio.

La Corte, però, non ha esteso la declaratoria di illegittimità anche al comma 1 dell’art. 40 d.P.R. n. 327 del 2001. Detta norma concerne l’esproprio di un’area non edificabile ma coltivata (il caso di area non coltivata è previsto invece dal comma 2), e stabilisce che l’indennità definitiva sia determinata in base al criterio del valore agricolo[1], tenendo conto delle colture effettivamente praticate sul fondo e del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati, anche in relazione all’esercizio dell’azienda agricola.

Dunque, per quanto riguarda le ipotesi ricadenti nell’ambito di applicazione del primo comma dell’art. 40, almeno per ora le amministrazioni pubbliche sono obbligate a rispettare la normativa di riferimento (anche se è, a questo punto, possibile che giungano modifiche alla norma in questione, eventualmente comportanti un “ritocco” in rialzo delle indennità).

Come si determina oggi l’indennità di esproprio?

È certo che la sentenza in esame rappresenta un importante tassello nella ricostruzione del procedimento di esproprio e, presumibilmente, determinerà anche un aggravio degli oneri, sia giuridici che economici, gravanti in capo alle amministrazioni pubbliche. Alla luce di tale sentenza, a grandi linee, deve ritenersi che così si determini la indennità di esproprio (salvo le varie maggiorazioni):

  1. Area edificabile: valore venale del bene (art. 37 TU Espropri);
  2. Area edificata: valore venale del bene (art. 38);
  3. Area non edificabile, ma coltivata (art. 40 – comma 1). La normativa di riferimento attualmente in vigore continua ad essere rappresentata dall’art. 40, comma 1, TU Espropri. Nel dettaglio, il comma 1 dell’art. 40 anzidetto dispone “nel caso di esproprio di un’area non edificabile, l’indennità definitiva è determinata in base al criterio del valore agricolo, tenendo conto delle colture effettivamente praticate sul fondo e del valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati, anche in relazione all’esercizio dell’azienda agricola, senza valutare la possibile o l’effettiva utilizzazione diversa da quella agricola”; la Corte Costituzionale, come detto, ha ritenuto che tale articolo possa ritenersi legittimo perché “…la mancata previsione del valore agricolo medio e il riferimento alle colture effettivamente praticate sul fondo consentono una interpretazione della norma costituzionalmente orientata, peraltro demandata ai giudici ordinari…”)[2].
  4. Area non edificabile e non coltivata (sent. Corte Cost. 181/2011): “valore di mercato” (valore del fondo derivante dalla sue caratteristiche fisiche oggettive, valore della organizzazione imprenditoriale, valore di eventuali fabbricati anche derivato dalla applicazione dei parametri OMI della Agenzia del Territorio, ecc.), comunque ricostruibile da parte della amministrazione espropriante.

Ipotesi di schema per la determinazione della indennità di esproprio delle aree espropriande già regolate dall’art. 40 TU Espr., commi 2 e 3, dichiarati incostituzionali

Valore dei fabbricati (OMI) Valore €/Ha di riferimento Elementi fisici caratterizzanti Altri elementi caratterizzanti
Mq x OMI €/Ha x Ha a) Sorgenti; 

b) linee elettriche;

c) impianti di produzione energetica;

d) vicinanza al centro;

e) frammentazione del fondo;

f) esposizione alla luce;

g) recinzioni;

h) altro.

Lo schema in sintesi

L’amministrazione espropriante deve ricostruire il valore di mercato del bene da espropriare (non edificabile e non coltivato, ipotesi già regolate dai commi 2 e 3 dell’art. 40 TU Espropri), attraverso una analisi ad ampio spettro, raccogliendo tutte le informazioni evincibili da dati attuali e certi. Le singole voci proposte:

  • “valore dei fabbricati”. Dovendo ricavare il “valore di mercato” del bene da espropriare, è a questo punto consigliabile fare riferimento ai dati OMI, in quanto parametrati ad una analisi svolta dalla amministrazione finanziaria proprio sulla base dell’andamento del mercato immobiliare.
  • “€/Ha” è il valore ad ettaro evincibile, ove possibile, da borsini immobiliari (talora redatti dalla CCIIAA) o da prezziari ufficiali o, se noto, dal mercato reale.
  • “Elementi fisici caratterizzanti”. Trattasi delle caratteristiche fisiche e geofisiche del fondo, dalle quali è possibile trarre elementi di valutazione della effettiva consistenza del fondo da espropriare.
  • “Altri elementi caratterizzanti”. Elementi afferenti all’organizzazione aziendale, ove presente, intesa come operatività sul mercato della azienda da espropriare, o ad ulteriori e diverse caratteristiche fisiche od economiche del bene da espropriare.

[1] Afferma la Consulta, con riferimento agli artt. 15 e 16 della l. 865/1971, che “…la giurisprudenza della Corte di Cassazione, con indirizzo ormai configurabile come diritto vivente, ha ripetutamente affermato che… il valore agricoloè per l’appunto il valore agricolo medio… (ex multis: Cass., sentenza n. 17679 del 2010; Cass., Sezioni Unite Civili, sent. n. 22753 del 2009; Cass., sent. n. 17394 del 2009; Cass., sent. n. 8243 del 2006)”.
Nondimeno, una precedente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 9814 del 14 settembre 1999, osserva che per i suoli agricoli, in caso di esproprio parziale e conseguente necessità della definizione di un valore complementare, la determinazione dell’indennità “… non (deve essere) strettamente coincidente con il valore agricolo medio determinabile attraverso le tabelle cui fa rinvio l’art. 16 l. 865/71, che ad esempio, nel caso di esercizio di azienda agricola, compensa anche i maggiori oneri di conduzione aziendale, determinati dallo smembramento dei terreni”. Anche in questo caso emerge l’indicazione di una possibilità di scostamento dal VAM (non strettamente coincidente), ma non l’indicazione della ricerca di un valore di mercato che non tenga conto dei valori agricoli tabellari”. Dunque, in tali ipotesi, il valore agricolo, a differenza del valore agricolo medio, dovrebbe essere individuabile dalla congiunta valutazione del VAM e dell’incidenza dell’espropriazione sull’azienda, anche se poi questo nuovo valore non coincide con il valore di mercato del fondo.


[2] A tal proposito, si ricorda Cassazione Sez. Un. Civili , 28 ottobre 2009, n. 22753 cit.: “in tema di espropriazione per pubblica utilità, anche a seguito della sentenza n. 348 del 2007 della Corte costituzionale, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento agli artt. 3, 42 e 117, comma 1, Cost., degli artt. 15 e 16 della legge 22 ottobre 1971, n. 865 […], nella parte in cui, relativamente alle aree non edificabili, commisurano l’indennità di espropriazione al valore agricolo medio; la predetta decisione ha infatti inciso sul solo regime indennitario dei suoli edificatori, la cui differenziazione da quello relativo ai suoli non edificabili non appare irrazionale ed arbitraria, in quanto le predette norme, lungi da prevedere un indennizzo irrisorio e in alcun modo ancorato ai valori di mercato, non solo dettano una puntuale disciplina diretta all’annuale adeguamento dei valori agricoli medi, ma consentono l’impugnazione di tali valori nelle competenti sedi, ove erroneamente attribuiti”.

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