Ogni anno 200 mila impianti all’anca. Le tecnologie ortopediche però non sempre possono ridurre il dolore

tutore al ginocchio

Miniprotesi per la cura dell’osteoartrosi del ginocchio che promettono di agire in maniera mirata solo sulla parte interessata al processo artrosico, lasciando integro il resto, ma che in realtà non riducono il dolore in maniera significativa.

Nuove procedure di viscosupplementazioni con acido ialuronico per migliorare il potere lubrificante del liquido sinoviale che mostrano solo un blando effetto placebo. Sono alcune delle metodiche chirurgiche e mediche per la cura dell’artrosi del ginocchio, patologia in aumento, i cui effetti sono nulli, o addirittura controproducenti, nonostante la loro diffusione negli ambulatori ortopedici e nei centri specializzati.

L’allarme è stato lanciato durante il secondo Current concept sull’osteoartrosi del ginocchio, congresso promosso dalla Società italiana ginocchio, artroscopia, sport, cartilagine, tecnologie ortopediche (Sigascot) che di recente ha radunato a Cagliari esperti provenienti da Europa e nord America.

Promotore e presidente dell’iniziativa Massimiliano Salvi professore associato di Ortopedia e Traumatologia all’Università di Cagliari e direttore dell’omonima Scuola di specializzazione. “In Italia sono circa 200 mila le protesi di anca e di ginocchio impiantate ogni anno con un incremento medio compreso tra il 10 e il 18 per cento annuo  –  spiega – si tratta in linea di massima di pazienti anziani (oltre i 70 anni circa il 90 per cento della popolazione è interessato all’osteoartrosi del ginocchio). Ma, anche per l’aumento dei traumi della strada, sono sempre di più i giovani che necessitano di questo intervento”.

Le protesi, il cui scopo è quello di sostituire l’articolazione malata e ormai deteriorata limitando così il dolore e l’invalidità, durano intorno ai 15 anni dopo i quali è necessaria la loro sostituzione. C’è da sottolineare che, in genere, il secondo impianto dura all’incirca il 30 per cento in meno mentre l’intervento può indurre con una certa maggiore frequenza di complicazioni posto-operatorie. Ma per evitare ai più giovani di sottoporsi a troppi interventi occorre studiare materiali più longevi.

“Oltre che sul titanio e sulle leghe in cromo-cobalto, i ricercatori lavorano sul tantalio e sul polietilene ad altissima densità, arricchito con vitamina E e sterilizzato in assenza di ossigeno a garanzia di una minore ossidazione” continua il professore.

Attenzione però: “tutti gli studi devono essere fatti in trial centers specializzati, su un numero adeguato di soggetti (che abbiano sottoscritto un consenso informato) e devono avere la giusta durata, diversamente si rischiano danni economici e per la salute”. Un problema questo da non sottovalutare dato che spesso alcune ditte produttrici, complici medici compiacenti, premono per immettere sul mercato protesi poco sicure.

© Riproduzione Riservata

Commenti