Il voto su Papa “consacra” il nuovo ruolo di Bobo, ormai leader del Carroccio. Il senatur ha perso i comandi

Bobo Maroni

È finita. Uno degli effetti del voto di ieri è la fine politica di Umberto Bossi. Che non comanda più il proprio partito. Ormai  passa il tempo a smentire se stesso (mentre Calderoli pensa alle targhe d’ottone degli uffici di Monza).

Il vero capo, ormai, è “l’ambiguo” Roberto Maroni. Ma per prendersi la Lega ha dovuto spaccarla. Il problema è che i danni, forse, sono irreparabili.

“Papa deve andare in galera!”, parola di Umberto Bossi. Era il 14 luglio scorso. Il giorno dopo, lo stesso leader leghista diceva “No all’arresto di Papa”.

Ventiquattro ore più tardi, sempre Bossi sosteneva che “il mandato ai deputati della Lega è di votare sì all’arresto di Papa”. E ancora, il giorno dopo, l’Umberto padano tornava dubbioso: “Bisogna vedere bene le cose, perché non si può mandare gente in galera così prima del processo”.

Tutto deciso, quindi? Neanche per idea, perché in seguito, ad una festa paesana sui sacri prati della pianura celtica, Bossi annunciava che “sì, deve andare in galera”.

E’ uno spaccato, neppure completo, della confusione che regna all’interno del principale partito alleato del Pdl. Un caos di proporzioni bibliche, dove le faide interne ricordano i tempi delle purghe staliniane. Non vanno più d’accordo, il monolite un tempo duro e puro è solo un pallido ricordo. Una spaccatura talmente netta che la dichiarazione di voto alla Camera sulla richiesta di arresto di Alfonso Papa è stata qualcosa di machiavellico ed imbarazzante: “La nostra posizione è netta e chiara”, diceva la pur brava Carolina Lussana, aggiungendo che “proprio per questo la Lega dice sì alla richiesta d’arresto ma lascia libertà di coscienza”.

In pratica, i padani hanno detto sì e no. Papa lo vogliamo in galera, ma anche no. Insomma, decidete voi, però la linea è quella.

Solitamente, quando si fanno questi pastrocchi, è perché la linea in realtà non esiste. Non c’è. Il capogruppo Reguzzoni (giovane e bravo) è di fatto sfiduciato dall’ala maroniana, Bossi non comanda più nulla, Calderoli pensa alle targhe d’ottone con cui abbellire la Villa Reale di Monza, Borghezio confeziona cappi e fa visita a qualche macellaio balcanico imputato di crimini contro l’umanità.

Il vero capo è il Ministro dell’Interno, quel Roberto Maroni che già in passato spostò le proprie pedine per prendersi la leadership del partito-movimento. Quel Maroni che ieri, alla Camera, invitava giornalisti e fotografi appollaiati in tribuna a fotografare la sua mano che premeva il pulsante del sì, facendo imbestialire il suo diretto superiore al Governo, cioè Berlusconi.

Maroni sta giocando la propria ambiziosa partita. Tutto è calcolato alla perfezione: dagli striscioni di Pontida che lo volevano Premier, al continuo smarcamento dalla linea sempre più intermittente di Bossi. Il risultato è che la maggioranza si spacca, il suo partito è dilaniato, e il Governo rantola sempre più forte.

Più che mettere ordine, l’ambiguo Maroni sta distruggendo ogni cosa che tocca. E i danni rischiano di essere davvero seri.

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