Il pentito Bisognano fa il nome dell’avvocato come figura “al di sopra di tutti gli altri” nella mafia messinese

Dia in azione

Il capo di Cosa nostra messinese sarebbe l´avvocato Rosario Pio Cattafi, 59 anni. Lo ha sostenuto in aula il boss-pentito dei “Mazzarroti” Melo Bisognano deponendo per la prima volta al dibattimento scaturito dal blitz “Vivaio”.

«Lui è sopra tutti gli altri», ha detto Bisognano alla corte dAssise di Messina chiamata a giudicare 20 tra boss ed affiliati dei “barcellonesi” accusati di taglieggiare le imprese che si aggiudicavano le gare d´appalto e dell´omicidio dell´esattore del racket di fiducia di Bisognano, Nino Rottino.

Secondo il pentito, al di sopra del “quadrumvirato”, composto dai “boss” Giovanni Rao, Salvatore Ofria, Salvatore “Sem” Di Salvo e Filippo Barresi (arrestati nell’operazione antimafia “Gotha” lo scorso 24 giugno), ci sarebbe stato Cattafi, al quale il Gico della Guardia di Finanza ha sequestrato tra il 30 marzo e il 14 aprile scorso beni per quasi 10 milioni di euro, tra i quali la società “Dibeca sas”, legata alla realizzazione del centro commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto.

L’avvocato Cattafi è stato “compare d’anello” del capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti (considerato il mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ucciso a Barcellona l’8 gennaio 1993 e condannato per questo a 30 anni di reclusione) ed è ritenuto garante degli interessi nel messinese del capomafia catanese Nitto Santapaola, latitante negli anni ‘80 proprio a Barcellona. Legato negli anni ‘70 ad ambienti della “destra universitaria” messinese, il legale è stato indicato dai collaboratori di giustizia Angelo Epaminonda e Maurizio Avola come personaggio coinvolto in importanti operazioni finanziarie illecite e nel traffico di armi.

Nell’ottobre del 1993 Cattafi fu arrestato su ordine della Dda di Firenze nell’ambito dell’inchiesta sull’autoparco Salesi a Milano ma venne poi assolto perchè furono dichiarate inutilizzabili le intercettazioni che lo riguardavano. Anche la Procura di La Spezia si occupò di Cattafi, quando indagò sul faccendiere Francesco Pacini Battaglia e su una “triangolazione” di traffico d’armi prodotte da Augusta, Oto Melara e Breda verso Paesi sottoposti ad embargo.

Nel 1998 il suo nome comparve anche nell’inchiesta della Procura di Caltanissetta sui “mandanti occulti” della strage di Capaci, quando furono uccisi, il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di polizia della scorta, ma la sua posizione venne archiviata. Cattafi avrebbe, per altro, preso parte ad un vertice di Cosa Nostra ad Erice, poco prima delle stragi. 

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