I farmaci usati per la cura diminuiscono la percentuale del rischio di infezione tra i sani “a rischio”

ricerca in laboratorio

Arriva da due studi condotti sul campo in Africa la nuova speranza contro l’Aids. I due trials realizzati in Kenya e in Uganda e Botswana nel contesto del progetto “Partners PrEp” hanno dimostrato per la prima volta in maniera inconfutabile che i tradizionali farmaci usati finora per curare l’infezione, utilizzati nei soggetti sani svolgono una decisiva funzione preventiva, più che dimezzando le possibilità di contagio del virus Hiv durante rapporti sessuali con partners sieropositivi.

A darne notizia è stata l’Università di Washington che ha diretto lo studio “Partners PrEP”, finanziato con 63 milioni di dollari dalla fondazione di Bill e Melinda Gates, con i Centers for disease control and prevention (CDCP) di Atlanta che hanno coordinato il progetto in Botswana, costato 31 milioni di dollari. La scoperta sarà uno dei temi salienti della Conferenza mondiale Ias 2011 sull’Aids, in programma a Roma dal 17 al 20 luglio prossimi. Ai due studi sarà dedicata un’intera sessione nell’ambito delle quattro giornate di lavoro.
 
E’ una svolta per la terapia antiretrovirale (ART) alla quale va il merito di tenere sotto controllo la carica virale nei casi conclamati di Aids e che ora si trasforma in una preziosa arma per arginare la diffusione del virus Hiv nella popolazione sana. Curarsi o meno con la terapia antiretrovirale (ART) farà la differenza sia per il singolo, sieropositivo o sano con comportamenti ad alto rischio, sia per l’intera collettività.

Dopo l’introduzione della doppia terapia, annunciata nel ’96 a Vancouver, e il grande tema dell’accesso ai farmaci nei paesi poveri del mondo, dibattuto nel 2000 a Durban, l’impiego della ART come strumento di profilassi per “spegnere” la pandemia Aids/Hiv specialmente nel Sud del mondo è il grande cambiamento di cui si parlerà alla Conferenza di Roma.

“Si tratta di una novità straordinaria  –  dice Stefano Vella dell’Istituto superiore di sanità, co-presidente della Conferenza mondiale IAS 2011 – : sapevamo che se un sieropositivo assume precocemente e correttamente la terapia antiretrovirale la possibilità di trasmettere l’infezione si abbassa drasticamente oltre il 95% come dimostrato dallo studio HPTNO52 condotto su coppie in cui uno dei partenr era sieropositivo; adesso questi studi clinici controllati e randomizzati dimostrano l’efficacia dei farmaci nel ridurre dal 60 fino all’83% il contagio se assunti da soggetti sani che hanno rapporti sessuali ad alto rischio”.

Promuovere l’accesso al test ed ai farmaci in Africa, e non solo, potrebbe essere dunque una delle strategie per fermare o ridurre notevolmente l’infezione. Convincere le persone con comportamenti a rischio a sottoporsi al test e, qualora risulti positivo, a cominciare presto la terapia resta però un’operazione impegnativa e costosa.

“Sappiamo che i farmaci sono capaci di stoppare il contagio, ma l’applicazione nella pratica non sarà facile; è importante capire che le cure non saranno più solo finalizzate alla salute del singolo ma a quella dell’intera collettività”, sottolinea l’infettivologo Mauro Moroni.

Guai, però, avvertono gli esperti, a interpretare l’azione preventiva delle terapie antiretrovirali come la pillola del “giorno prima”.

“L’utilizzo del profilattico, l’uso consapevole e responsabile del proprio corpo e del sesso restano i capisaldi della prevenzione contro l’Aids  –  sottolinea Stefano Vella – : somministrare i farmaci ai sani, oltre che ai sieropositivi, come profilassi fa parte di quell’approccio combinato di cui si parla da anni e che porterà ci auguriamo a spegnere se non a eradicare la diffusione dell’Hiv”.

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