Il lento declino del Cavaliere è ormai alle porte: ma sbaglia chi paragona il tramonto di Silvio a quello di Craxi

Silvio Berlusconi

Il declino del Cavaliere, ormai evidente, certamente occuperà le pagine di storia dei posteri. Nel bene e nel male gli ultimi quindici anni della politica italiana susciteranno a lungo l’interesse degli studiosi, che dovranno esprimersi su una stagione ricca di contraddizioni e che segna l’inizio purtroppo della decadenza economica e culturale italiana, che ha perso rapidamente competitività rispetto ai suoi partner stranieri.

Una stagione si sta chiudendo e senza che sia ancora chiaro in che direzione andare. Chi paragona la fine di Berlusconi con quella di Craxi, crediamo che sbagli. Si tratta al di là delle similitudini di figure diverse e soprattutto di una situazione storica diversa.  

L’Italia craxiana era ancora nel pieno del suo splendore ed allora si cominciavano ad avvertire i primi segni della crisi. Berlusconi invece lascerà un paese in piena decadenza e stretto da una emergenza sociale senza precedenti.

Con il tramonto di Craxi e con l’avvento di Tangentopoli i maggiori partiti italiani sono scoppiati e gli italiani hanno maturato una veloce disaffezione alla politica e si sono  rifugiati nel mondo dell’evasione televisiva. La crisi del berlusconismo invece coincide con il risveglio dell’impegno politico, con la consapevolezza dei più giovani che non ci si può disinteressare alla politica.

La globalizzazione e la diffusione di nuovi mezzi di comunicazione come i social network hanno modificato radicalmente il mondo dell’informazione e soprattutto la diffusione delle stesse. Anche il modo della gente di fare  politica è mutato ed è venuta meno la censura sulle informazioni. Notizie che prima venivano bloccate dai quotidiani, riescono invece oggi ad arrivare al grande pubblico attraverso la rete. E ciò ha prodotto una profonda accelerazione del microcosmo politico portando in poco tempo, proprio quando era al suo apice, alla crisi del berlusconismo.

Il tramonto di Berlusconi, ormai evidente anche nei suoi effetti devastanti determinati dall’incapacità di guidare la coalizione di governo, è sotto gli occhi di tutti e soprattutto appare ormai inarrestabile.

Ma non si tratta del semplice tramonto di un leader o di una figura che ha giocato un ruolo da protagonista anche nella storia della Prima Repubblica, ma di un mutamento fisiologico che sta avvenendo nella società italiana e che appare ormai non più procrastinabile.

Le elezioni amministrative che hanno portato De Magistris e Pisapia alla guida di Napoli e Milano hanno segnato un passaggio epocale nella storia del nostro paese.

I cittadini provati dalla crisi si sono accorti che il nostro paese è troppo vecchio in tutto: dal mondo dell’imprenditoria a quello della politica. Il declino del premier è determinato più che dagli attacchi dei suoi avversari, poco carismatici e convincenti, dal fatto che chi in lui vedeva la possibilità del cambiamento si è accorto che in realtà è nato e si è formato nella stagione della Prima Repubblica e che ne incarna quei valori e che non può esprimere assolutamente l’ansia di cambiamento di un paese che invece ha bisogno di uno svecchiamento non solo della sua classe dirigente, ma anche del modo di fare politica.

Un’onda di idee nuove, forse ancora confuse, si sta rapidamente diffondendo non solo nella destra, ma anche nella sinistra italiana. La fine del berlusconismo coincide con la necessità di svincolare la politica dal puro pragmatismo e da una concezione opportunistica  e dal recupero della passione per la politica e per l’impegno e soprattutto dalla consapevolezza che l’agire politico non  può essere orientato solo in termini di calcolo.

La fine del berlusconismo coincide con il tramonto di un modo di intendere la politica come sola immagine e soprattutto è l’esito di un grande errore commesso dal premier e dai suoi uomini: cioè quello di aver sottovalutato la fiducia nella democrazia da parte degli italiani e di aver ridotto il proprio programma politico a sola propaganda televisiva.

Berlusconi aveva pensato di poter governare l’Italia e di fronteggiare i problemi nascondendoli attraverso una massiccia campagna mediatica e per lungo tempo ci è riuscito, ma la realtà per via della crisi economica ha fatto irruzione nella vita degli italiani e ha mostrato purtroppo che il sogno da lui prospettato era solo illusione televisiva.

A chi perdeva il posto di lavoro veniva detto che in Italia l’occupazione era in aumento; alle famiglie che non ce la facevano e non ce la fanno ad arrivare a fine mese veniva detto che la crisi non c’era e che bastava spendere per arginarla. Ma come si può spendere se si è senza soldi e se il costo della vita è così alto da erodere i salari?

La fine del Berlusconismo coincide con il rifiuto da parte degli italiani ( che non giudicano più in termini di destra e sinistra) di questa logica. Gli italiani vogliono decidere il proprio futuro e soprattutto sono stanchi di show mediatici e di un’informazione ridotta a cronaca nera e rosa.

Vogliono che chi governi anteponga il bene pubblico a quello privato e che soprattutto abbia la dignità morale per farlo. Si tratta di una grande novità nel quadro della politica italiana, che è bene non sottovalutare.

Chiunque in futuro vincerà le elezioni dovrà dare conto agli italiani del proprio operato. Siamo appena agli inizi di una crisi profonda e per forza di cose guidare il timone della nave Italia non sarà facile. Si prospetta una stagione di lotte sociali ed alla politica viene chiesto di fare la propria parte e di progettare il futuro.

Berlusconi in questo ha fallito e questa è la ragione principale del suo inarrestabile declino.

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