L’attore licenziato dopo la lite con Lucia Lavia sul palco di Otello: “credo nel mio metodo, mi hanno linciato”

Alessandro Haber

Cacciato dall’Otello del Teatro Romano di Verona per una prova troppo realistica e focosa con Lucia Lavia, la sua Desdemona, Alessandro Haber dopo una settimana di angustie psicologiche replica all’incubo «per parlare al pubblico che chissà cosa pensa. I colleghi mi hanno già dimostrato solidarietà, ma sono una bestia ferita che ha dato al palcoscenico tutti i giorni della sua vita».

Sanguigno, appassionato interprete di Bukowski e Craxi, Woyzeck e Pasolini, attore per Monicelli, Avati e altri, 45 anni di carriera, Haber dice che quell’incidente è da mettere in conto allo studio del personaggio: «Ci si concentra e immedesima, era la prima volta che provavamo col regista Garella l’ultima scena. Inizia con quattro baci come da copione: sulla guancia, uno schiaffetto, nei limiti. Poi Otello è montato dentro di me, quel nero col complesso di inferiorità verso il mondo civile, europeo, borghese, incredulo che quella ragazza lo voglia davvero sposare. E a un certo punto, irrazionalmente, mi è scappato un bacio vero ma niente di più e lei mi ha spinto a terra e poi gli schiaffi. Lo giuro, non avevo alcun altro fine se non trovare la chiave del ruolo. Ma si è scatenato l’inferno forse per la inesperienza della mia partner». 

«Uno che vive solo per il suo lavoro, in teatro. Ogni personaggio nasce lentamente in me come un bambino che poi cammina, parla, diventa autonomo. Con Otello avevo problemi di memoria col copione perché volevo capire chi è davvero, trovare implicazioni nuove e così il suo essere animalesco mi ha posseduto. Non provavo piacere, Otello è un disperato ed io potevo avere davanti il Papa invece di Desdemona che era la stessa cosa. È un ruolo faticoso, ero stanco, avevo pensato di rinunciare. Poi mi hanno curato con la papaya come Wojtyla quando stava male, mi sono ripreso, iniziavo a divertirmi. Ed ecco quella dannata prova col bacio, gli schiaffi, gli spintoni e poi certo la confusione, le parole che volano, come in teatro. Quante volte ho litigato con Carmelo Bene, che nella «Cena delle beffe» mi dava 70 schiaffi per sera, ma alla fine di nuovo amici. Se fosse tornata Lucia Lavia, la sera dopo ne avremmo riso a tavola. In «Platonov» baciavo tre donne, nessuna ha fatto tragedie. Ho recitato quattro ruoli gay baciando intensamente i miei partner, fa parte del gioco. Ho chiesto scusa subito davanti a tutti, ma si è alzato un pandemonio, Jago mi ha assalito e nonostante i miei tentativi di pace si è voluta linciare la mia onorata carriera. A questo massacro non ci sto perché sono innocente, ero dentro la strategia di attore e non pensavo alla signorina Lavia, inesperta, psicologicamente non pronta. Ma è stato tutto molto sproporzionato».

Umiliato e offeso («non una telefonata da Branciaroli che mi ha sostituito e che stimo molto»), Haber aveva un piano per il suo Moro: «Ognuno ha il suo metodo, chi se ne frega se Laurence Olivier diceva che basta recitare. Io ho il metodo Haber e pensavo nell’ultima scena di soffocarla e nello stesso tempo possederla – per finta, sia chiaro – come un epilettico fuori di sé che ha iniziato a regredire quando Jago inizia con la gelosia. Collegato al subconscio, mi sembrava un Otello moderno: non c’è solo un senso unico, ognuno trova la sua strada per arrivare».

Lei come ha reagito dopo la denuncia di Lucia Lavia? «Ho mandato sms di scuse a tutti, spiegando che facevo il mio lavoro, certo sono esuberante, creativo e non ho regole ma dicono anche che sono persona dolce e leale. Ho fatto di tutto in scena, ma poi è il teatro stesso che con i suoi anticorpi razionalizza e stabilisce il limite da non superare».

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