La politica non ascolta e si chiude nella sua visione della realtà, il confronto Stato-cittadini degenera in scontri

C’è una visione unilaterale della realtà: quella dei nostri politici per i quali la TAV va fatta e che credono che favorisca lo sviluppo del territorio e soprattutto dell’Italia. Una verità quasi “dogmatica” che la classe dirigente italiana non accetta che venga messa in discussione, in quanto non è lecito pensarla diversamente. Eppure il fatto che ci sia della gente che anche oggi si è radunata per protestare significa che esiste un’altra visione della questione e che ci sono delle masse, che non ritengono che la TAV sia la panacea di tutti i mali e che soprattutto non credono che lo sviluppo passi per la costruzione delle grandi opere.

Non è detto che abbiano ragione, in quanto nessuno possiede la ricetta per risolvere i problemi, ma la buona politica dovrebbe quantomeno prima di mandare le forze dell’ordine ascoltare e sentire le ragioni della gente e non liquidarle come se non esistessero.

La logica del governo che in maniera unilaterale ha deciso di far partire i lavori grazie all’ausilio delle forze dell’ordine in sé si caratterizza come un gesto di “arroganza” estremo. È una sfida diretta alle popolazioni che vivono in quei territori, che si sono sentite privare di qualunque possibile trattativa sulla questione. È un gesto fortemente antidemocratico, che inevitabilmente ha creato i presupposti per il muro contro muro ed ha finito (come era prevedibile!) per fare sì che la gente facesse gruppo e si mobilitasse contro lo Stato.

Il senso di impotenza di chi non si sente ascoltato dalle istituzioni, che quasi parlandosi addosso da tempo non fanno altro che ripetere le stesse cose,  inevitabilmente ha trovato una valvola di sfogo nel movimento “No TAV”, in cui stanno confluendo anche gruppi violenti o paramilitari.

Chi ha preso la decisione di far partire i lavori con la forza, ha compiuto un gesto di grande irresponsabilità e soprattutto ha innescato un processo estremamente pericoloso. È stata infatti un’azione che sta a significare il fallimento della politica, che  dovrebbe dialogare con i cittadini  per trovare la soluzione ai problemi, per smussare gli animi. 

La politica ha infatti il compito arduo di correggere il tiro quando si accorge che le proprie azioni non corrispondono alle aspettative dei cittadini. Lo Stato deve programmare i suoi interventi non secondo una logica calata dall’alto, ma secondo una “ratio” che risponda ai bisogni delle comunità. Lo scontro di oggi tra lo stato ed i cittadini della Val di Susa sta a significare che questo non è stato fatto. L’impazienza di chi vede nelle proteste un ostacolo (anche Casini dell’opposizione si è espresso in tali termini!) al progresso o all’azione dello stato, crediamo   che confonda la politica che è disponibilità al confronto e al dialogo con il vuoto “decisionismo”, che è ancora un retaggio della stagione berlusconiana.

È di un tipo di politica, ovvero dell’antipolitica, che teme qualunque possibilità di discussione su una questione. Abbiamo   visto in questi anni che fare il pugno duro  non è servito a risolvere i grandi problemi  dell’Italia ( si veda la spazzatura a Napoli, il precariato , ecc.). E poi c’è un altro fatto. Non è detto che chi decide lo faccia sempre bene e nell’interesse della comunità. 

Ascoltare i cittadini e recepire i loro bisogni non è un segno di debolezza. Anzi al contrario è il primo atto che dovrebbe compiere chi è al governo. Dovrebbe recepire le istanze e farle proprie ed impedire che si verifichi quello che oggi sta accadendo in Val di Susa.

Chi ha mandato infatti le forze dell’ordine in Val di Susa ha compiuto un grande errore politico. Ha aperto le ostilità. Ma questo è un errore che ormai da anni la nostra classe politica ( anche di opposizione!) commette su tutto: dalla TAV alla scuola. Spesso infatti sono state programmate azioni o interventi che non solo non hanno migliorato il nostro territorio e non hanno favorito il progresso, ma nella maggior parte dei casi lo hanno devastato.

Si è parlato e si continua a parlare di tutto, ma non si dà voce ai reali bisogni delle masse. È questa è una grande colpa, che purtroppo corriamo il rischio di scontare a caro prezzo. La protesta di oggi sta a testimoniare la stanchezza delle masse e dei cittadini che pretendono ascolto e non di essere  liquidati semplicemente come dei faziosi. Chi fa politica dovrebbe tenerlo a mente, e non dovrebbe  pensare di aver agito nel migliore dei modi possibili, ma dovrebbe riflettere sugli errori commessi che hanno contribuito a generare la “guerriglia” che nelle ultime ore si sta svolgendo sul nostro territorio.

Che cosa accadrà ora? La speranza è che dall’una e dall’altra parte ci si fermi prima che sia troppo tardi. Le ultime notizie infatti dicono che le fila dei manifestanti si stanno ingrossando di aiuti che vengono da ogni parte d’Italia, anche dall’estero e che contro la polizia è stata lanciata ammoniaca. Si parla di feriti, tafferugli, insomma di una lotta che si prefigura aspra e dura.

Questa volta i manifestanti sembra che abbiano deciso di  rispondere con la forza al potere costituito. Cosa  può fare il governo per uscire da questa situazione? Crediamo che in primis dovrebbe riaprire il tavolo delle trattative. La politica, quella con la “p” maiuscola dovrebbe prendere il posto della violenza e calmare gli  animi. Dialogare non è segno di debolezza, ma capacità di recepire le ragioni dei cittadini e di trovare così attraverso il confronto la soluzione. E dall’altra parte i cittadini dovrebbero isolare i più violenti e trovare un punto di mediazione e di dialogo con lo “stato”.

Francesco Capaldo

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