Il fratello della ragazza ha incontrato Ali Agca. L’attentatore del Papa: “Chiesa e Cia possono liberarla”

Mehmet Ali Agca

Continuano le ricerche di Emanuela Orlandi a Londra. Il fratello Pietro Orlandi si trova proprio in Inghilterra e la ricerca è partita dalle segnalazioni di un ex-agente degli istituti psichiatriaci in cui si potrebbe trovare la ragazza ancora viva, anche se continuamente sedata. In particolare Emanuela sarebbe al “Queen Elisabeth”, e poi Pietro si è diretto verso Birminghan presso un’altra struttura.

Secondo  “Lupo solitario”, la ragazza era stata inserita in una sezione militare del manicomio “Queen Elisabeth”. Pietro tuttavia non ha trovato nulla, anche se il personale dei manicomi da lui visitati hanno avviato le ricerche all’interno dei centri psichiatrici.

Al manicomio “Queen Elizabeth II” dai registri è risultato che in passato sono state ricoverate due persone con il cognome “Orlandi”, anche se nessuna di esse aveva come data di nascita il 1968, quello cioè di Emanuela.

Pietro, stanco di non avere collaborazione da parte delle autorità, oltre ad aver avviato le ricerche da solo e ad essere disposto a tutto pur di sapere cosa sia accaduto alla sorella, ha deciso anche di rendere pubblico il colloquio privato con Mehmet Ali Agca, l’uomo che attentò alla vita di Papa Giovanni II.

I due si sono incontrati un anno fa a Istanbul quando Ali Agca fu scarcerato: le sue rivelazioni importanti sono rimaste per un anno in quel registratore in attesa che Pietro fosse convocato dalla magistratura (cosa che non è mai accaduta). Così l’uomo decide in questi giorni di rendere pubblico il colloquio affinchè almeno l’opinione pubblica lo aiuti a fare luce sulla vicenda.

Ali in quel colloquio rivelò anche nomi e cognomi e soprattutto il perché Emanuela Orlandi fu rapita: “Emanuela è stata rapita dal governo Vaticano per ottenere la mia liberazione”.

Secondo il suo racconto, il rapimento avvenne in collaborazione con la CIA, i servizi segreti e il Sismi, su ordine di un cardinale. Pietro così andò a parlare con il cardinale indicato da Ali, che confermò che poteva dargli una mano, essendo a conoscenza dei fatti, ma non che lui fosse coinvolto in prima persona.

Ali pare intendesse dire proprio questo. In sintesi, quindi, la figlia di Ercole Orlandi, commesso pontificio di Karol Wojtyla, sparita il 22 giugno 1983, allora quindicenne, fu inghiottita da un intrigo internazionale che chiamerebbe in causa i servizi segreti dell’Est e dell’Ovest, esponenti del terrorismo turco, il Vaticano, organizzazioni finanziarie e la malavita romana.

Ospite a “Chi l’ha visto?” il fratello di Emanuela ha dichiarato che sul caso “non si è mai voluto fare chiarezza”. L’appello di Pietro è rivolto soprattutto all’opinione pubblica che gli è stata sempre vicina anche tramite segnalazioni e riconoscimenti dei vari personaggi chiave. Pietro infatti ha raccontato e spiegato tutto dettagliatamente nel suo libro dedicato alla sorella: “Mia sorella Emanuela”.

Sono passati 28 anni esatti di misteri, messinscene, depistaggi. Ventotto anni di dolore per i familiari di Emanuela Orlandi. Il tempo si è fermato a quel “maledetto” 22 giugno del 1983 e la ragazza è stata inghiottita da un intrigo internazionale ancora non risolto. Si arriverà mai ad una verità? Ma soprattutto: Emanuela è ancora viva?

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