La nuova stella repubblicana schianta Sarah Paline lancia la sfida a Obama: “E’ il presidente di un solo mandato”

Michele Bachmann

Si chiama Michele Bachmann la stella emergente dei repubblicani, che potrebbe essere l’erede di Sarah Palin nello schieramento dei candidati alla presidenza. Tutti uniti contro Barack Obama, “il presidente di un solo mandato”, come dice Michele. E proprio lei, la Bachman, è la donna che si conquista i riflettori, accanto a Mitt Romney, il candidato favorito nella formazione del Gop, il Grand Old Party.
E’ riuscita, con una mossa strategica, a rubare la scena a tutti i colleghi maschi annunciando, proprio durante il prima dibattito televisivo per la nomination repubblicana, la sua ufficiale discesa in campo.

La mossa racconta lo stile politico, tutto all’attacco, di questa deputata del Minnesota diventata famosa nel 2008 quando accusava Barack Obama di essere anti-americano, e che, nonostante la sua vera e propria militanza anti-femminista, sogna di essere la prima “Mrs President” alla Casa Bianca.

“Il presidente ha ceduto la leadership in Libia alla Francia”, ha detto la combattiva 54enne, a dimostrazione che intende continuare sull’attacco senza quartiere contro Obama nella sua prossima campagna. “Noi vinceremo, voglio annunciarlo questa sera: Obama è un presidente da un solo mandato, noi vinceremo”, ha continuato.

Eletta a novembre al suo terzo mandato, la Bachmann è considerata una vera eroina del Tea Party, il movimento di base ultraconservatore che – finanziato in realtà da grandi donatori della destra americana – è stato l’artefice principale della grande vittoria elettorale dei Repubblicani a novembre.

La piattaforma, e lo stile politico tutto all’attacco, della deputata corrisponde in pieno a quello del Tea Party. Non solo la repubblicana può vantare di aver presentato la prima proposta di legge per abolire l’Obamacare, la riforma sanitaria fumo negli occhi per i conservatori, ma anche promette di essere “la madre di tutte le leggi di abrogazione” di agenzie federali troppo costose. Compresa la stessa Epa, l’Agenzia per la protezione ambientale.

Se dal punto di vista del conservatorismo fiscale la Bachmann guarda al Tea Party, è anche in sintonia con la destra cristiana per quanto riguarda i cosidetti temi sociali. “Sono al 100 per cento pro life”, ha dichiarato, affermando di essere contraria all’aborto anche nel caso di rischio per la vita della madre o di stupro.

Una mistica della famiglia che la Bachmann, che è avvocato e ha uno “studio cristiano” insieme al marito, incarna nella sua vita, con cinque figli e altri 23 presi in affido. Una storia che l’ha portata a scagliarsi contro la first lady Michelle Obama – oggetto dei suoi strali in questi anni quanto forse più del presidente – per aver appoggiato l’idea di defiscalizzare l’acquisto di tiralatte, per poter così aiutare la diffusione dell’allattamento al seno anche tra le donne lavoratrici.

“Ho avuto cinque figli ma non ho avuto mai bisogno dello stato balia che mi dicesse cosa fare con loro”, è stato l’attacco sferrato, mesi fa, dalla Bachmann che, insieme a Sarah Palin che ancora mantiene una tattica distanza dalla corsa ufficiale per la nomination, quindi rappresenta quella parte di donne conservatrici, insofferenti di fronte a tutti i valori tradizionali del femminismo, che però aspirano ad avere un ruolo politico.

“Chi gestisce le famiglie americane? Le donne. Perché non anche il Paese?” è la retorica da “massaie al potere” di Andrea Ouimette, in un picnic recentemente organizzato per sostenere la Bachmann. Anche se non viene, almeno al momento, considerata una front runner, la Bachmann ha messo da parte un significativo bottino di guerra – che era intorno ai tre milioni di dollari alla fine di marzo – che le permetterà di mantenere una certa e costante visibilità fino alla prossima primavera, quando la corsa per le primarie arriverà ai blocchi di partenza.

Ma se la Bachmann attira l’attenzione dei media, il primo dibattito tv, andato in onda ieri in prime time sulla Cnn, ha parzialmente deluso le attese. E’ stato un po’ troppo ingessato, con i sette contendenti attenti più a non sbagliare che a tentare di mettere in difficoltà il proprio rivale. Così, a sette mesi dall’inizio delle primarie, alla fine ha prevalso la noia, e la voglia di non farsi del male nel primo di una lunga serie di scontri in tv.

I democratici hanno avuto così gioco facile nel replicare a caldo “postando” un video, dal titolo esplicito: “Ma questi repubblicani, in che mondo vivono? Non hanno parlato di middle class, di scuola, di formazione. Mai un cenno ai problemi reali del Paese”. E in effetti, gran parte del tempo, oltre due ore in diretta da Manchester, in New Hampshire, tutti i candidati del Grand Old Party non hanno smesso di infierire sulle riforme di Barack, prima su tutte quella sanitaria. Ma lo hanno fatto riproponendo, come un tormentone, le stesse accuse usate mesi fa. A novembre, in occasione del midterm, quella strategia pagò, visto che i repubblicani conquistarono la maggioranza alla Camera. Ora però la partita è più complessa, e forse servirebbe loro più fantasia e maggiore visione del futuro.

Tanti osservatori, ad esempio, si aspettavano l’assalto dei “nomi nuovi” contro il “front-runner”, l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney. E invece niente. Perfino Tim Powlenty ha fatto un passo indietro rispetto ai giorni scorsi, quando, parlando alla Fox, aveva associato la riforma sanitaria del suo rivale a quella di Obama, coniando il neologismo Obamnycare. Così, appena ha avuto l’occasione, il conduttore della Cnn, John King, gli ha chiesto se volesse ripetere in diretta quella accusa, là davanti, in faccia allo stesso Romney.

Ma lui non ha colto l’occasione, evitando anzi con cura ogni polemica: “Quando ho parlato di Obamnycare – ha precisato sorridente – mi riferivo al fatto che Obama disse di essersi ispirato alla legge del Massachusetts”. Capitolo chiuso. Così, a parte l’anziano libertario Ron Paul, tutti hanno fatto il loro compitino: si sono detti contrari al matrimonio gay, all’aborto, favorevoli al ripristino del principio “don’t ask, don’t tell”, e inevitabilmente vicini alle truppe.

Solo Michelle Bachmann appunto, annunciando la sua candidatura in apertura di serata, è riuscita a emergere.

Secondo Howard Kurtz del Daily Beast, tradizionalmente poco tenero con questa eroina dei Tea Party, ha fatto tutto giusto: “In oltre due ore – commenta ironico – ha sbagliato solo quando non è riuscita e dire se preferiva Elvis Presley o Johnny Cash…”. Ha giocato in anticipo sulla sua amica-rivale, il suo clone, quella Sarah Palin, star sui social media, la politica più amata, ma anche detestata d’America, che sta girando il Paese in pullman. Ancora non ha deciso cosa farà da grande. Non c’è dubbio che con lei in lizza, i dibattiti prenderebbero tutta un’altra piega.

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