Nelle indagini sul delitto di Melania spunta Laura Titta: in manette per camorra, è stata in caserma ad Ascoli

Laura Titta e Melania Rea

Si aprono nuovi scenari nella “caccia” all’assassino di Melania Rea, la 29enne trovata uccisa con numerose coltellate il 20 aprile scorso nel Bosco delle Casermette, in provincia di Teramo.

La procura di Ascoli Piceno valuta “con attenzione” possibili collegamenti tra il delitto di Melania e l’arresto di Laura Titta, la soldatessa di 25 anni finita in manette nelle scorse ore a Caserta con l’accusa di collusione con il clan dei Casalesi.

La soldatessa arrestata in una maxi operazione anti camorra (insieme ad altre 11 persone) è stata in forza alla stessa caserma del marito di Melania, Salvatore Pariolisi.

Saranno quindi valutati, in particolare, gli eventuali rapporti tra la giovane donna che favoriva i boss latitanti del clan dei casalesi – e il caporalmaggiore, che al Rav addestra reclute.

La donna, che da quanto si evince dall’ordinanza di custodia cautelare era vittima di raptus di gelosia ed era pronta a rivolgersi ai boss del clan dei casalesi per far punire i fidanzati che non si comportavano come lei avrebbe voluto, aveva svolto l’addestramento nella caserma di Ascoli tra il 2009 e il 2010.

Dopo l’addestramento, che si concluse nel marzo del 2010, Laura Titta fu trasferita in una caserma napoletana, dove rimase fino al congedo. Presentò quindi una domanda di riammissione, in seguito alla quale stava frequentando da una decina di giorni un corso nella stessa caserma. La giovane, considerata un’insospettabile, avrebbe avuto un ruolo importante nella logistica del clan prestandosi – secondo l’accusa – a fare da autista nello spostamento dei latitanti e a consegnare loro i pasti.

Laura Titta aveva minacciato di uccidere l’ex fidanzato Giovanni Mola, oggi collaboratore di giustizia, se questi avesse parlato di lei agli investigatori: è lo stesso Mola a riferirlo in alcuni interrogatori.

“Ho saputo da mia mamma, venuta a colloquio a luglio 2009, che sono state fatte delle minacce contestualmente da Laura Titta e da Salvatore Laiso, detto “Chicchinos”. In particolare Laura andò a casa di mia mamma minacciandola che avrebbe ucciso me o altri componenti della famiglia se l’avessi accusata”.

Gli investigatori non escludono che Titta progettasse di servirsi delle armi di ordinanza. Laura Titta si era anche fatta tatuare su una gamba la parola “terrorista”.

Una donna dal carattere violento, pronta a rivolgersi ai boss del clan dei casalesi per far punire i fidanzati che non si comportavano come lei avrebbe voluto.

Il 2 luglio 2008 Laura convinse il fidanzato del momento, Giovanni Mola, e l’altro affiliato al clan Paolo Gargiulo (che successivamente sarà arrestato con Setola nel covo di Mignano Montelungo) a picchiare ferocemente un suo ex, Giuseppe Madonia.

La soldatessa attirò Madonia in una trappola dandogli appuntamento vicino al cimitero di Giugliano (Napoli). Per evitare ritorsione da parte della famiglia Madonia, a sua volta vicina agli ambienti della criminalità organizzata del Giuglianese, la soldatessa, accompagnata dalla madre, andò a trovare il boss latitante Emilio Di Caterino, oggi collaboratore di giustizia: quest’ultimo convinse gli amici del giovane picchiato a soprassedere in nome dell’alleanza con i casalesi.

Poche settimane dopo, però, il 25 luglio, Laura organizzò una nuova spedizione punitiva, questa volta contro Giovanni Mola, «colpevole» di non volerle restituire l’auto da due giorni.

Anche in questo caso la soldatessa cercò l’aiuto di Di Caterino, che però non frattempo aveva cambiato covo. Per rintracciarlo, Laura si rivolse a una sua cara amica, Francesca Maisto, a sua volta arrestata oggi: Maisto, fidanzata con Stefano, un giovane estraneo agli ambienti della malavita, è anche la compagna del boss detenuto Antonio Di Tella, sposato e con figli, ma oltre a ciò intrattiene una relazione con il latitante Emilio Di Caterino.

Dalle carte dell’inchiesta emerge dunque un giro di conoscenze caratterizzato da grande promiscuità; a Laura Titta, per esempio, Emilio Di Caterino si rivolse perchè accompagnasse da lui, durante l’assenza della moglie, la sua amica Angela.

E’ giallo, intanto, su un telefonino trovato in un campo sportivo di Villa Pigna, frazione di Folignano, alle porte di Ascoli Piceno, dove il 7 giugno un testimone avrebbe visto muoversi frettolosamente Parolisi.

Il telefonino sarebbe già stato recuperato dalla polizia e consegnato ai magistrati per accertamenti. Il caporalmaggiore Parolisi, principale sospettato per l’omicidio della moglie, ma ancora non indagato, era tornato nell’ascolano il 3 giugno scorso.

Dopo essere passato alla caserma “Clementi” dove lavora, per avere la proroga della licenza, il militare era andata due giorni a Perugia per parlare con i suoi due avvocati – Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, gli stessi della famiglia Scazzi – e poi tornare a Folignano, la mattina del 7 giugno.

Proprio il 7 giugno, un uomo di 39 anni lo ha visto attraversare il campo sportivo locale – dove spesso in passato si recava ad allenarsi – e armeggiare con alcuni oggetti, tra cui forse, un telefono cellulare.

Il caporalmaggiore si è sempre proclamato innocente. Ma la sua ricostruzione della scomparsa della moglie Melania, avvenuta sul pianoro di Colle S.Marco, a pochi chilometri da Ascoli, lunedi 18 aprile, non convince gli inquirenti per alcune lacune. La più vistosa delle quali è che nessuno dei testimoni ha notato la donna sul San Marco nelle prime ore del pomeriggio di quel giorno.

Melania fu poi trovata assassinata due giorni dopo, il 20 aprile, a Ripe di Civitella, nel teramano, ma in un posto sulla Montagna dei Fiori facilmente raggiungibile sia da Ascoli che da Folignano.

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