Aumenta il numero di casi irrisolti e delitti senza un colpevole: troppa scienza e poco acume nelle indagini

l'investigatore e la scienza

Un tempo i “gialli” più difficili venivano risolti anche senza l’aiuto della scienza e oggi (che la scienza c’è) troppi delitti rimangono casi irrisolti, senza un colpevole. I mostri restano liberi e impuniti: probabilmente “ridono” dell’operato delle Forze dell’Ordine.

E’ l’amara riflessione che fanno numerosi cittadini, da ogni parte d’Italia. Lo scenario sembra quello di una giustizia che si affida eccessivamente alla tecnologia mentre latita l’acume investigativo che un tempo faceva da solo la differenza.   

Indubbiamente ci sono pure bravissimi investigatori ma pare proprio che sia in aumento il numero di quelli che sono piuttosto scarsi o superficiali.

L’investigatore degli anni duemila appare “schiavo” della scienza, mentre si va perdendo il “vecchio” efficace metodo del “porta a porta”, quando le Forze dell’Ordine per prima cosa si informavano e sapevano (o almeno cercavano di sapere) tutto di tutti.

Al di là delle differenziazioni ambientali che coniugano dinamiche profondamente diverse, il pensiero collettivo è che qualcosa complessivamente debba essere resettata: ci sono le storie di Yara Gambirasio e Melania Rea in primis, ma nella quotidianità il discorso potrebbe legittimamente valere anche per qualche altro crimine magari commesso ben più vicino a noi.

Un quadro preciso degli investigatori dei giorni nostri lo traccia Michele Giuttari, ex capo della Squadra Mobile di Firenze.

Giuttari è uno che questo mestiere lo conosce bene e ne è stato degno interprete. Lo ha fatto in prima linea, dando la caccia al mostro di Firenze, quando un assassino spietato terrorizzò per anni l’Italia ma allora non esisteva ancora il supporto scientifico.

“La stragrande maggioranza dei cittadini – afferma Giuttari – si fanno delle domande. C’è tanta confusione e nessuna certezza. Non solo nel caso di Yara Gambirasio ma anche in altre indagini manca una vera cultura investigativa. Si è perso quel metodo investigativo che l’ufficiale di polizia giudiziaria deve seguire, privilegiando in prima battuta le tecniche della investigazione classica, che a me piace definire “pura”, coniugando questi risultati con quelli scientifici. Perchè è vero che la scienza ha fatto notevoli passi avanti e dà contributi importanti, ma da sola non può risolvere un caso, soprattutto un caso di omicidio. Non può, se non eccezionalmente”.

“Lo ripeto: manca, insomma, una vera cultura investigativa. I primi segnali – aggiunge Giuttari – si sono avvertiti dall’inizio degli anni Novanta, quando in Italia è cambiato il metodo d’indagine e ci si è da allora basati parecchio se non quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e l’attività dell’ufficiale di polizia giudiziaria è diventata, in sostanza, un’attività “notarile”, di riscontro. Si è perso quella creatività e quel centro propulsore che deve caratterizzare l’operato del vero investigatore”.  

Ma è difficile dar torto anche a Piercarlo Collivignarelli, assessore alla Sicurezza del Comune di Garlasco e soprattutto Esperto di psicopatologia forense.

“Non c”è solo la carenza della cultura dell’investigazione ma addirittura anche “l’incultura” dell’investigazione. Una volta, seppure ai tempi del Mostro di Firenze non vi fosse un supporto tecnico e scientifico, c’era il fiuto, c’era l’intuizionismo soggettivo che viene fuori solo dalle persone che creano e hanno quella pratica che nasce dalla gente e dalla porta accanto. Il Ris e la Polizia scientifica non sono la “panacea” di tutti i mali”.

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