Celle telefoniche e reperti: aspettando l’esito dell’autopsia, è il momento delle prime risposte.

Maurizio Russo

La morte di Maurizio Russo. Un caso di cui non ci siamo dimenticati e di cui torniamo ad occuparci, in attesa di sviluppi importanti che potrebbero maturare già nei prossimi giorni.

Sta per essere depositata, intanto, la relazione del medico legale contenente l’esito dell’autopsia sul corpo dell’imprenditore taorminese. Senza dubbio sarà un momento molto importante per comprendere la dinamica dei fatti accaduti il pomeriggio del 24 marzo nelle campagne di Randazzo.

Non sappiamo cosa scriverà – o quello che anzi avrà probabilmente già scritto – il medico legale nella sua relazione. L’autopsia, come detto, sarà un momento di rilievo: ma diversi altri elementi dovrebbero rappresentare un viatico determinante per arrivare alla verità.

Innanzitutto ci chiediamo, e se lo domandano tanti taorminesi, se siano state poi effettuate le opportune (e fondamentali) verifiche sulle celle telefoniche. Non ci riferiamo, pertanto, all’analisi del traffico in entrata ed in uscita delle utenze telefoniche di Maurizio, il chè costituisce una fase di ricerca più complessa e da inquadrare in un contesto più ampio.

Per comprendere cosa sia accaduto a Maurizio Russo potrebbe essere decisivo un tabulato che stabilisca il pomeriggio del 24 marzo quante persone abbiano agganciato la cella telefonica di contrada Piraino quantomeno in un arco temporale che intercorre dalle 15.30 e le 17. E’ una zona “fantasma”, talmente isolata che da questo riscontro dovrebbero risultare pochissime utenze. 

E’ stato fatto questo controllo? Data la gravità di questa vicenda, vogliamo pensare che ovviamente tale lavoro sia stato compiuto: perchè è chiaro che se (per assurdo) così non fosse, saremmo di fronte ad una lacuna ingiustificabile in un iter investigativo.

E’ un’indagine che prima ancora del ritrovamento di Maurizio qualche errore pare averlo fatto registrare: ci si augura che adesso degli sbagli si faccia tesoro per fare piena luce sui fatti.

In definitiva, ripetiamo: quanti telefoni sono stati agganciati dalla cella più vicina a contrada Piraino il pomeriggio della scomparsa di Maurizio? C’erano persone incensurate, soggetti eventualmente già noti alle Forze dell’Ordine, c’era gente residente in provincia di Catania o di qualche altra zona?

Il 20 maggio scorso, ricordiamo, in una mattinata che per vari motivi potrebbe costituire la svolta di questa indagine, il programma “Chi l’ha visto” (che resta vigile sul caso) – ha consegnato in Procura, a Messina, i reperti rinvenuti sul luogo del presunto suicidio e mostrate in tv a 5 milioni di italiani il 27 aprile. Oltre 20 cicche di sigaretta (alcune a filtro giallo cioè del genere che fumava Maurizio e altre a filtro bianco, come invece Maurizio non fumava mai), un sigaro toscano e un blister di farmaco per diabetici.  

Presumiamo che i citati reperti, anche per appurare a quando risalgono (visto che in quell’uliveto per un mese e mezzo pare non ci fosse andato nessuno), siano stati già oggetto in questi giorni di accertamenti scientifici. Potrebbero svelare il profilo genetico di chi c’era in contrada Piraino, e dirci se qualcuno ha atteso Maurizio o magari ha discusso lì’ con lui sul posto, prima della fine.

Dubbi e interrogativi attendono risposte che ci auguriamo le Forze dell’Ordine riusciranno a dare. Certo, non è un caso semplice: ma ormai i contorni limpidamente illogici di questa vicenda raccontano che non è neppure il gesto estremo di un uomo che va a togliersi la vita in un luogo dimenticato da Dio e lascia dei bigliettini per i suoi cari mettendoseli in tasca in quel luogo introvabile.

I biglietti trovati in tasca: il contenuto sin qui secretato, quello è un capitolo a parte, ma l’attendibilità dei due foglietti – se cioè Maurizio li ha scritti in piena autonomia o se è stato indotto a farlo – è l’aspetto cardine proporzionale alla precedente domanda: chi c’era in contrada Pirao, quante persone erano da quelle parti?

La chiave del giallo è quella campagna dove si arriva al culmine di un percorso complicato. Già, l’uliveto a 50 km da Taormina. Al di là di tutto, verrebbe da dire che risiede semplicemente lì la più plausibile risposta al mistero. Le immagini televisive non possono rendere l’idea di quanto sia inquietante il luogo in cui si è compiuto il destino di Maurizio.

E’ un terreno talmente difficile da raggiungere, che Maurizio – per quanto potesse essere un buon conoscitore dell’etneo – da solo non ci sarebbe potuto arrivare. E’ un luogo perfettamente visibile dall’alto ma che a percorrerlo, in auto come a piedi, è tanto periferico quanto agghiacciante.

Un uliveto dove ad un tratto c’è un piccolo albero che se potesse parlare direbbe forse che lì Maurizio non si è tolto la vita, ma gliel’hanno rubata.

L’ingresso del podere è difficilissimo da vedere, nascosto dalle erbacce, camuffato nel verde della campagna. Sul manto c’è ancora la traccia lasciata dalle ruote del furgone, dove Maurizio lo aveva parcheggiato e dove poi è rimasto per un mese.  

Diciamolo con estrema chiarezza: il podere di Randazzo è un posto dove praticamente tutto fa pensare che Maurizio sia stato portato, accompagnato.

Allora c’è da auspicare che, presto o tardi, venga fatta giustizia, nel rispetto della moglie di Maurizio e di tutti i suoi familiari. E nel rispetto della comunità di Taormina, paese dove di questi tempi la sicurezza magari c’è ancora, ma dove tanti cittadini si chiedono – con un profondo senso di inquietudine e perplessità – se altrettanto si possa dire della legalità.

In attesa dei risultati dell’autopsia su Maurizio, e sperando che anche a prescindere da ciò l’indagine faccia il suo corso nel modo più scrupoloso, il tarlo di certi interrogativi stride col silenzio della quiete apparente.

Chissà se in questa triste vicenda ci sono persone che dovrebbero fare i conti con la propria cosciernza: questi “fantasmi” dormono sonni tranquilli?  

Quant’è lontana da noi la verità? La fine di Maurizio l’ha scritta la sua stessa onestà divenuta fonte di minaccia per delle logiche troppo più grandi di lui?

Qual’è il vero confine tra l’ombra dei sospetti e lo spettro dell’insospettabilità? Quant’è sottile quel confine?

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