Il portiere diede il sonnifero ai compagni. In carcere è crollato: “mi sono rovinato, pronto a confessare tutto”

Marco Paoloni

Fragile e spericolato, ingenuo e millantatore, una personalità che emergeva in campo – quando il gioco era solo quello del pallone – e che poi si esauriva nella vita, silenzioso negli spogliatoi ma chiacchierone al telefono (ne aveva almeno due, uno era intestato a un cinese di via Paolo Sarpi), legatissimo alla moglie Michela, che non si perdeva una partita del suo Marco, ma capace di mentirle negando anche l’evidenza («Ho speso solo 50 euro… te lo giuro»).

Marco Paoloni ha il fisico per volare in porta, non il phisique per essere a capo di niente, nemmeno di questa banda di scommettitori più o meno scalcagnati. Doveva soldi a tutti, dalle intercettazioni emerge che c’era una gara a farsi pagare da lui, provava a tamponare i debiti dando dritte che spesso si rivelavano bufale, si fingeva maldestro in campo, parava come poteva le minacce, fino alla follia di versare il sonnifero nell’acqua dei compagni. Forse un giorno vedrà il suo passaggio in carcere come la fine di un vortice fatto di azzardi disperati, promesse mancate, dipendenza da gioco. Il primo passo verso la guarigione. Per ora è distrutto, piange ed elenca i suoi rimorsi. «Sono stato un cretino, ho rovinato tutto, avevo una bellissima famiglia, non mi mancava niente», ripete all’avvocato Emanuela di Paolo. In testa c’è il pensiero fisso per la figlia Giulia, che l’8 giugno compirà 3 anni e «io non ci sarò». Paoloni era convinto che sarebbe uscito dopo un paio di giorni e quando ha realizzato che la sua situazione era più grave, è crollato. Pare che le guardie carcerarie lo abbiano preso in simpatia e cerchino di rassicurarlo come possono.

L’altro giorno, a Cremona, con le manette ai polsi e le lacrime agli occhi, ha deciso di non rispondere alle domande degli inquirenti. Ma il suo avvocato spera che l’atteggiamento possa cambiare. La scelta del silenzio è stata dettata anche dal suo stato psicologico, non solo da una strategia. Adesso, pur tra alti e bassi, Paoloni sembra aver ritrovato un po’ di equilibrio. Venerdì il pm Roberto Di Martino lo risentirà, vuole chiedergli conto delle dichiarazioni rese dagli altri arrestati, e Paoloni sembra pronto a dire la sua verità. Una decisione definitiva non è stata ancora presa, perché l’avvocato vuole finire di studiare le carte. Ha però già chiaro come il suo cliente sia finito nei guai: «È un ingenuo, si fida troppo degli altri e ha questo vizio, che lo portava a giocare a qualsiasi cosa, gratta e vinci, videopoker, partite a carte…».

Prima, era un buon portiere, con Buffon come idolo. «Però un tipo fragile, senza il controllo su se stesso», dice chi lo frequentava. Un colpo di testa, una volta, quando assieme ad altri compagni della Cremonese era andato a prendere a pugni la porta dello spogliatoio dell’arbitro.

Ma tutti avevano pensato: Paoloni è stato trascinato dagli altri. Il punto di svolta, a Cremona, lo fissano a fine settembre 2010, dopo le prime 5-6 partite di questo campionato, dopo due stagioni da «miglior portiere della Lega Pro» e dopo il rifiuto l’estate scorsa a trasferirsi in società di B. A quel punto, hanno cominciato a ripetersi leggerezze e papere, «episodi che distruggevano la sua prestazione», racconta un osservatore. In realtà stavano distruggendo molto di più.

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