Suicidi e morti sospette, sovraffollamento e carenza di personale: criticità della pena detentiva in molti istituti

il carcere diventa un lager?

Il carcere reclama sacrifici umani, lo fa spesso senza andare troppo per il sottile, in fin dei conti parliamo di materiali difettati, di prodotti cancerogeni, di merce da smaltire in fretta senza fare rumore. Ma si può parlare così comunque di “essere umani”?

Riccardo Iacona, giornalista e autore, ha realizzato un’inchiesta sul mondo carcerario italiano per Presadiretta, il suo programma in onda su Rai Tre. Ecco cosa ha raccontato:

La situazione delle carceri italiane è esplosiva. Sovraffollamento, diritti calpestati, suicidi, costi alle stelle. Cosa non funziona nel sistema detentivo italiano?

“Sono appena tornato da un viaggio nelle carceri italiane dal Sud al Nord, perché una delle puntate che manderemo in onda è tutta dedicata alla questione delle carceri. La prima cosa da dire è che sono dei luoghi di tortura, così come sono adesso. Il numero dei detenuti presenti nelle carceri è spesso il doppio di quelli che la struttura dovrebbe ospitarne, il che crea concretamente delle condizioni di vita impossibili. Faccio un esempio concreto che conoscono in pochissimi, perché tutti si immaginano le carceri vecchie, l’umidità. C’è anche questo, certo.

Ma per esempio a Poggioreale, per il fatto che i detenuti sono più del doppio di quelli che dovrebbero essere, passano 22 ore al giorno chiusi a chiave in cella.

Immaginiamo una pena fatta così. Uno prende 5-6 anni e in questi 6 anni (perché ci sono anche i “definitivi” a Poggioreale) li passa così, esce solo 2 ore al giorno, per il resto vive 22 ore chiuso in una cella chiusa a chiave perché non ci sono abbastanza guardie penitenziarie, perché non ci sono spazi comuni etc. E questo è solo un piccolo esempio. Poi c’è anche un altro discorso.

Questo sovraffollamento impedisce alle carceri di essere un posto in cui c’è un minimo, non dico un grande, ma un minimo percorso di rieducazione, di reinserimento. Sono posti in cui non si fa nulla, non si legge un libro, non si impara un mestiere. Il carcere non diventa neanche quello spazio della tua vita in cui puoi ripensare a quello che hai fatto e a immaginare una vita diversa.

Le carceri italiane, oggi, riconsegnano al territorio, alla società, delle persone distrutte dal punto di vista psicologico che generalmente quando vivono così (e sono le statistiche a dirlo), poi riproducono il crimine. Le carceri oggi non servono neanche alla società, sono soldi buttati. Costano, perché tenere un detenuto in quelle condizioni costa allo Stato italiano dai 100 ai 120 Euro al giorno.

A cosa è dovuto un sovraffollamento così esagerato? Si ricorre al carcere con troppa facilità?

E’ la prima domanda che ci siamo posti, poiché l’aumento della popolazione dei detenuti è stata negli ultimi anni esponenziale (siamo arrivati a 70 mila detenuti). Il punto è: gli italiani commettono più reati? No. Non è così. Sono andato a parlare con gli esperti, con le persone che queste cose le studiano da un sacco di tempo.

Il sovraffollamento non è altro che il risultato di una serie di leggi criminogene. Una è la Bossi – Fini, l’altra è la Giovanardi – Fini, la legge sulla tossicodipendenza, e l’altra è la ex Cirielli del 2005. Sono tutte leggi che producono carcere.

Per esempio, guardiamo cosa succede per la tossicodipendenza. Quando c’era la legge Martelli se ti prendevano con un grammo di cocaina in tasca, era uno personale. E si rientrava in un percorso comunque di pena e di recupero che non era il carcere. Oggi, invece, abbiamo il 30% dei detenuti delle carceri italiane, che sono lì perché tossicodipendenti.

E non dovrebbero stare in carcere, dovrebbero essere curati. Non dico dico che dovrebbero andare in giro a scippare le vecchiette, non è questo il punto. Dovrebbero anche essere ristretti in comunità, ma comunità che hanno come obiettivo la rieducazione, la disintossicazione, il recupero.

Invece no, il carcere è diventato una discarica sociale. Solo il 4/5 % dei detenuti è dentro per reati gravi. Resta il fatto che anche chi ha commesso un reato, anche grave, deve avere la possibilità di rifarsi, è interesse comune che possa cambiare vita. Nei 70 mila detenuti c’è il 30% di tossicodipendenti, il 30% di stranieri, e abbiamo quasi un 20% di persone che sono lì dentro e hanno commesso reati perché hanno un disagio psichico.

Dunque 17 mila detenuti sono persone malate di mente: a Natale, al carcere della Dozza (Bologna), quasi la metà delle persone che stavano dentro, avevano nel conto corrente del carcere 10 Euro. Erano poveri! Stiamo riempiendo le carceri di poveri! Di gente che non ha alternativa, perché non si fa più il welfare, perché non si investe più in Italia e si è diventati una vera e propria discarica sociale.

La prima cosa che bisognerebbe fare è una riforma del Codice penale. Ci sono delle commissioni che hanno lavorato su questo, pensi che è stato anche trovato l’accordo tra i partiti, e durante la puntata sulle carceri a Presadiretta presenteremo una serie di interviste importanti su questo argomento.

L’ultima l’abbiamo fatta a Giuliano Pisapia, oggi sindaco di Milano ma che è stato a capo di una Commissione molto importante sotto il secondo Governo Prodi che aveva fatto una proposta di riforma del Codice Penale dopo un anno e mezzo di lavoro in cui più di 300 fattispecie di reati uscivano dalla logica del carcere, entravano in una logica punitiva diversa, che sarebbe stata anche molto più utile per il recupero.

Ma la politica non lo vuole fare, perché la politica, devo dire un po’ tutta, sulla paura e sui temi della sicurezza lucra dal punto di vista elettorale. Non hanno il coraggio di andare dal popolo elettorale a dire: guardate, stiamo facendo una stupidaggine a riempire le carceri così, perché poi ce li ritroviamo fuori ancora più cattivi e arrabbiati di prima!

I problemi italiani sono simili a quelli di altri Paesei, o il caso Italia fa storia a sé?

Noi siamo, dal punto di vista del trattamento carcerario, in una graduatoria molto bassa e del resto basta leggere le notizie di cronaca che purtroppo leggiamo tutti i giorni al punto che facciamo pure fatica a mantenere la contabilità, il numero dei suicidi. Certamente anche nel resto dell’Europa questa è una materia sensibile, perché si tratta di parlare all’opinione pubblica.

Ogni volta che si fanno dei ragionamenti a medio e a lungo termine sul funzionamento della giustizia e sulla depenalizzazione, la sensazione è che la gente dica: “ma questi vogliono svuotare le carceri, poi ci ritroviamo i delinquenti nei quartieri, ma comunque un accanimento, questo panpenalismo che c’è in Italia, determinato da una cattiva politica che legifera male, che quando non sa cosa fare si inventa un nuovo reato. E questa roba non c’è negli altri paesi d’Europa.

Dal caso Cucchi a quello Lonzi. Morti sospette e troppi suicidi. Perché è così facile morire di carcere?

Intanto perché nel carcere non sei più una persona, sei una pratica con un numero. Molti dei ragazzi che si suicidano, per esempio, sono al primo ingresso. Sono andato a vedere come funziona questo meccanismo da vicino, devo dire che gli operatori del carcere, generalmente direttori, agenti penitenziari, psicologi, sono molto consapevoli di queste cose che ci stiamo dicendo, tant’è vero che ci hanno aperto le porte.

Il viaggio che ho fatto dentro Poggioreale per me è stata un’esperienza straordinaria da questo punto di vista. Ci sono le testimonianze dei detenuti. Quando un detenuto entra nel carcere di Poggioreale, nella sezione dei primi ingressi che conta dalle 350 alle 370 persone a seconda dei periodi di sovraffollamento, a valutare psicologicamente il carcerato c’è una persona che ha un contratto di 20 ore al mese”.

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