Dall’antica Roma ad oggi, i mille volti di un Paese “figlio” del tempo: storia, verità linguistiche e paradossi sociali

Giovanni Paolo II

“Semo tutti romani… volemose bene”. Viviamo Roma ogni giorno per le strade, nel nostro assetto politico, in quello economico e giudiziario, attraverso i costumi, le abitudini di vita.

La viviamo nel nostro modo di interpretare tutto ciò che ci circonda compresa gran parte della filosofia di vita e persino tutto ciò che le nostre mamme mettono sulla tavola ogni giorno; fatta eccezione del tacchino, le patate e il pomodoro, naturalmente.

Qualche esempio? Roma la riconosciamo dal criterio con cui allestiamo la tavola, come cuciniamo la maggior parte dei tipi di pesce, come mariniamo le carni destinate alla cottura in forno. Il pollo e l’agnello che le vostre mamme condiscono la sera precedente con la pancetta o il lardo, tempestati di ogni sorta di spezia, detersi con vino e acqua.

Il maiale al latte, che di tanto in tanto preparano per il pranzetto della domenica, è cucinato nello stesso identico modo ormai da migliaia di anni.

Roma produceva 250 tipi di pane e forse, dicono i ricercatori, diversi tipi di formaggio. Famosa per essere una cultura con la singolare tradizione, fu considerata viziosa e dissoluta soprattutto nel rapporto con il cibo. Consideriamo che, nella maggior parte delle antiche civiltà si consumava neanche la metà di quello che contemplava la “tavola” di Roma.

Oggi, l’Italia produce 1750 tipi di pane e 890 tipi di formaggio mentre le antiche ricette sono proposte ogni giorno dalle nostre tavole. Una tradizione certamente evoluta, grazie alle decine di contatti con altre civiltà e dominazioni e, chiaramente, in continua evoluzione.

L’olio, il pane, il cavallo, il vino e gli affitti hanno oggi lo stesso prezzo. Le scarpe costavano tra i 100 e i 400 sesterzi vale a dire tra i 200 e 800 euro.

I romani erano persuasi che se un popolo investiva gran parte delle proprie risorse per un prodotto allora quella civiltà era indubbiamente leader nella produzione in oggetto. E’ per questo che, oggi, per gli italiani lo sport wear è americano, la berlina è tedesca, la birra è olandese, la cosmesi è francese, la pasta, lo style, le calzature e non solo, sono italiani. Ma, semo solo romani? Io non credo.

Un esempio? Boi, Senoni, Veneti, Gesati, Insburi, Taurisci erano ceppi autoctoni e di origine celtica. Aosta, Milano (Medhelan), Rimini, Bologna (Bolonia), Piacenza, Senigallia(Sena Gallica), Brescia (Briga), Lendinara, Bergamo, Belluno (Belo-Dunum), Bobbio (Bobium), Brescello, Cesena, Como, Cremona, Lodi, Lecco(Loch), Lomello, Novara, Recco, Torino, Treviso, Vercelli, Modena, Pavia, AquiTerme, Ventimiglia e Albenga sono solo alcune città fondate dai celti.

Secondo alcuni studiosi Malevento fu mutato in Benevento per opera dei celti.
Beh, che dire? Ottimisti! E la nostra lingua? Ma davvero parliamo solo il latino e greco? Ne siamo davvero certi? Mosa (acquitrino), dunum (collina), paravedus (stallaggio), dervo (quercia), betulla, alauda (allodola), carrus, braca (pantaloni), sapo (sapone), paiolum, pettia (pezza), paun (pavone), phont (ponte) e sach (sacco) sono alcuni termini dialettali che ritroviamo lungo le regioni del centro e del nord del nostro Paese.

Ed ancora: baciare, camicia, battere, becco, zampa, cavallo,cambiare, drappo, gladio(termine che sostituirà quello latino “Ensis”), lancia, saio, segugio, stagno, tinca, gallo, druido, bardo, daino, salmone, montone, veltro, palafreno, garrese, garretto, drago, bitume, ghiera, miniera, matterello, gagliardo, giavellotto, vassallo, valvassino, valvassore, basire, bolgia, brio e lega sono solo un piccolo esempio di termini di uso comune di radice celtica che in seguito furono romanizzati.

E le nostre zuppe? I nostri minestroni? I nostri biscotti? E quelle belle torte “caserecce”? Beh! Per essere solo “un po’” celti… ce la caviamo bene.

Diletta Nespeca

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