Storia, ricerca e costume intorno a “Liosarfal” e “Dokkasarfal”

Nella più antica tradizione gaelica esisteva la distinzione tra fate ed elfi. Più tardi, in quella scozzese, le differenze affievolirono al punto che le due entità furono definite in un’unica essenza. Dire Sidhe( fate) o Elf (elfo) divenne quindi il medesimo riferimento.

Si pensava che le creature fossero suddivise in due specie: esseri di luce o Liosarfal ed esseri oscuri o Dokkasarfal.

Alle origini della creazione dei mondi degli umani e quelli paralleli, pare che gli elfi oscuri fossero anch’essi Liosarfal e che, in seguito a tradimenti e miscredenze, si fossero rifugiati sotto le ali protettrici di Loth; infida Signora dell’oscurità. Per premiare la loro fede e obbedienza essa donò loro il regno oscuro o Inferiore (Svartalfheim) rendendoli così padroni incontrastati della notte.

Tuttavia molte peculiarità delle due “razze” rimasero intatte anche dopo l’esilio. Con tutta probabilità l’allontanamento dei rivoltosi fu deciso dallo stesso Frey, Re di Alfheim (regno Superiore o di luce), che alcuni storici ritengono realmente esistito, in seguito divinizzato, e accomunato alla dea Danu.

Si credeva, inoltre, che gli elfi fossero in grado di comprendere tutte le lingue del mondo ma che per disprezzo verso il genere umano non le pronunciassero correttamente. Al contrario, essi stessi sostenevano che fossero gli uomini a non aver buona padronanza della propria lingua sebbene, in merito a vezzi o intercalari ricorrenti non abbiamo un preciso riscontro.

Il fatto che le creature di natura elfica potessero essere credute stupide o poco intelligenti non trova nelle ricerche storiche e di costume alcun fondamento. Oltre a possedere un’incoercibile curiosità, essi avevano acume e particolare intelletto, mentre la loro natura pressoché pura li vedeva ben lontani dall’astuzia e la malvagità dell’uomo.

Si raccomandava che mai e poi mai, incontrando una creatura elfica, si dovesse mostrare un fare ironico in quanto, proprio perché ingenua e scostante, questa era afflitta da un forte animo permaloso.

Inoltre, la pretesa delle creature in fatto di cortesia portata all’eccesso, richiedeva una costante attenzione da parte degli umani nel cogliere il momento per ringraziare e omaggiare con gran salamelecchi qualora avessero mostrato atteggiamenti di solo interesse. Ciò nonostante, pur mantenendo evidente la loro ingenuità, gli esseri oscuri erano giudicati maliziosi.

In realtà la loro natura era legata all’essenza della notte. Infidi come lo è il buio e tutte le creature che dalla notte traggono vantaggio.

Le abitudini di vita vedevano i Liosarfal e i Dokkasarfal su posizioni diametralmente opposte.

I primi si nutrivano con poco poiché la loro consistenza eterea non richiedeva l’assunzione costante di nutrimento. Per la loro limitata densità era sufficiente solo un po’ di latte, succhi di frutta, frutti di bosco, marmellate, mentre qualche dolcetto era il massimo della “lussuria” che essi potessero, “per decreto legge”,concedersi.

Al contrario, i Dokkasarfal si nutrivano di carcasse di animali penetrate dai portali, sebbene non fosse esclusa l’opportunità di sortite notturne nei villaggi degli umani. Dispettucci di questo genere, che in un polverone riuscivano a distruggere il campo di un contadino, avevano sempre ragione di essere.

La non osservanza di riti propiziatori prima della semina, di ringraziamento alla forza creatrice durante e dopo il raccolto o la semplice dimenticanza del coltello conficcato in posizione verticale nella carcassa dell’animale appena mattato, decretava la rovina del povero malcapitato.

Perfidi? Punti di vista. Per i Dokkasarfal, semplice giustizia. Le due specie, fervide nella fede e nell’osservanza delle leggi che governavano la natura e tutti gli esseri viventi, erano state poste come osservatori mentre, sotto mentite spoglie, trascorrevano gran parte del loro tempo a zonzo lungo i villaggi.

I vecchi del tempo ammonivano: “… quando alla tua porta bussa uno straniero ammantato di mistero, devi essere ospitale e gentile perché sicuramente, che sia giorno o notte, egli è un Dokkasarfal o un Liosarfal. Dà loro tutto ciò che chiedono per sfamarsi e dissetarsi. Infine, dopo che ti avranno posto mille domande sulla tua vita e quella dei tuoi cari, prima che essi lascino la tua casa ti chiederanno qual è la cosa che desideri. Tu risponderai con saggezza. Se sarai stato giusto nelle richieste e se la tua ospitalità sarà stata gradita, il giorno dopo troverai esaudito il tuo desiderio. Se invece la tua presunzione ti porterà a desiderare cose ritenute superflue, essi faranno in modo che gli animali non prosperino, che i campi non diano frutti e che ogni azione non porti profitto sino al ravvedimento…”

E ancora: “ …quando di notte ti trovi ad attraversare un bosco o una foresta spargi del sale alle tue spalle, esso non consentirà la trasformazione delle creature e costringendo la loro essenza a solidificare, sarà più facile difendersi…” Intuire le motivazioni è alquanto scontato giacché il sale, utilizzato da sempre per la conservazione dei cibi, non permette la decomposizione e quindi la “trasformazione”.

Anche il caso di figli illegittimi o portatori di deformità evidenti, si credeva fosse opera delle straordinarie creature. La pena per le madri e i propri figli consisteva nell’allontanamento dalla comunità e l’esilio nei boschi dai quali era loro vietato uscire per tutta la durata della propria esistenza.

Chissà che gli elfi non fossero proprio quei mostruosi figli esiliati?
Si credeva, inoltre, che i “mezzi elfi” (o meticci) fossero ben accolti nel mondo Inferiore mentre erano disprezzati e allontanati da quello Superiore giacché l’ostentata purezza dei suoi abitanti non avrebbe mai tollerato la loro presenza. Infatti, tali creature erano descritte come molto alte, lucenti, di straordinaria bellezza.

Ostentavano eleganza nell’abbigliamento, negli atteggiamenti e nel portamento mentre la loro vanità ruotava intorno ai loro lunghi capelli biondi e particolarmente curati, pelle di luna e grandi occhi azzurri.

I Dokkasarfal,al contrario, erano descritti di altezza pari a quella degli uomini, pelle rossiccia, lunghi capelli neri e scarmigliati, vestiti di pelle di animale e dita artigliate. Tuttavia entrambe le razze erano capaci di grandi prodigi.

Come il giorno non può incontrare la notte e viceversa, le due specie non potevano, per “legge” e per natura, avere contatti e se questo fosse avvenuto anche in modo fortuito, i Dokkasarfal avrebbero avuto la peggio poiché vulnerabili alla luce e alla purezza. Sebbene i Liosarfal avessero capacità visiva nel “potere della mente”, pare che nel buio della notte, come ciechi, non sapessero ben orientarsi.
Forse, quando i romani approdarono sulle isole britanniche, ascoltarono con interesse i racconti dei vecchi. Nella loro tradizione orale erano contenuti miti giunti sino a noi.
La leggenda dei Tuatha de Danann era uno di essi.

I Druidi insegnavano: “I Tuatha furono i primi abitanti della Gran Bretagna. Furono essi ad erigere i complessi megalitici compreso Stonehenge. Belli, alti e potenti essi avevano dalla loro il talento delle arti magiche portate all’eccesso.

Per gli esseri di luce, quindi, fu cosa da poco sollevare grandi massi azzurri che ancora oggi si stagliano millenari verso il cielo.

I siti, concepiti con l’apertura in un punto ben preciso, avevano un “terribile” potere mistico e magico che solo i Tuatha erano in grado di utilizzare a piacimento per viaggiare lungo i mondi paralleli. Pare che l’anello adottato dai celti avesse preso spunto proprio dalle costruzioni dei Tuatha.

Accadde che la Triplice Dea, informando le creature circa le future invasioni dell’isola e delle conseguenti terribili sofferenze consigliasse di fuggire. Senza perder tempo, l’estesa comunità obbedì e, fatto armi e bagagli, lasciò l’isola per approdare in Irlanda dove, dopo complesse vicissitudini, la dea donò loro Alfheim.

Tuttavia, per ringraziare i rapporti di “buon vicinato” che avevano coltivato per secoli con le prime comunità di Britanni, i Tuatha donarono una piccola parte dei loro poteri agli umani ritenuti retti e giusti. Fu così che nacquero i Druidi mentre il misterioso popolo credé che in tal modo essi avrebbero donato una chance per difendersi dalla ferocia degli invasori”.

Ma sappiamo come, in realtà, il dono non ebbe l’effetto auspicato.
La capacità prodigiosa delle creature e le terribili e temibili attitudini portate all’eccesso erano assimilate al potere della natura, il potere ( DRU) della quercia (ID) ; Druid. Capace di attirare su di sé l’energia degli dei, era quello che si credeva accomunato agli esseri del mondo parallelo con la piena padronanza dei cinque spiriti.

Lo spirito del viaggio, lo spirito della tribù, lo spirito del tempo, lo spirito del luogo e lo spirito degli antenati. E’ in questo ambito che entra di diritto la figura del Druido;
ma questa… è un’altra storia.

Diletta Nespeca

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