I pantaloni della donna erano abbassati: forse l’assassino ha utilizzato una tecnica tipica dei soldati

Carmela Melania Rea

Un testimone vero, uno quasi sicuramente falso, e l’inchiesta sullo scempio di Melania Rea, la mamma di 29 anni trafitta da trenta coltellate lo scorso 18 aprile in un bosco del teramano, torna a perdersi in un labirinto di ricordi confusi, contraddizioni, scherzi della mente, fantasie balzane.

Intanto Salvatore Parolisi, vedovo e parte offesa nonostante la mole di sospetti che non lo hanno mai trasformato in un indagato, si prepara a riprendere servizio ad Ascoli.

Il caporal maggiore è atteso nella caserma del 235° Rav a metà settimana, anche se probabilmente non tornerà ad istruire le sue soldatesse. Le tre love story con le reclute, emerse nel corso dell’inchiesta sull’omicidio della moglie e ancora considerate elementi di un puzzle che non ne vuole sapere di andare a posto, stanno consigliando i vertici dell’Esercito a trovargli un impiego alternativo.

Al ritorno dopo quasi un mese e mezzo, Parolisi, ora assistito dagli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, troverà uno scenario investigativo molto cambiato. Lui ha detto e ripetuto che quel 18 aprile era con la moglie e la figlioletta Vittoria a giocare sulle altalene del Colle San Marco, che sormonta Ascoli, quando Melania si è allontanata per raggiungere un bagno ed è sparita.

Il corpo verrà trovato due giorni dopo in una radura della Montagna dei fiori, a una decina di chilometri di distanza. Ma la splendida mamma sul pianoro del colle c’è mai arrivata? Nessun testimone fino ad oggi l’ha collocata nella scena descritta da Parolisi. Molto si sperava su due donne notate quel giorno da un gruppo di ciclisti.

Una è stata rintracciata ed interrogata venerdì notte dai carabinieri del colonnello Alessandro Patrizio. “Ero al di là del campo di calcio, piuttosto distante dalle altalene – ha detto la giovane ascolana -. Non ho notato nessuno che assomigliasse a Melania e a Salvatore, non ho fatto caso nemmeno alla bambina”.

Altra doccia fredda dopo quella di giovedì, quando un settantenne di Civitanova Marche ha detto di aver visto Melania litigare con il marito, allontanarsi ed essere sequestrata da tre persone su un’auto. Compulsione nelle indagini, poi si scopre che l’uomo (che in passato si era inventato una vincita al Superenalotto) probabilmente è un mitomane. Amen. Tocca ripartire con il lavoro di cesello. E allora si torna sulla scena del crimine, con due ricostruzioni che tirano in ballo entrambe la sfera delle conoscenze della vittima.

Melania è stata trovata nel bosco delle Casermette con i pantaloni abbassati, senza tracce di violenza sessuale, e coltellate alla schiena. Potrebbe essere stata aggredita mentre faceva pipì (ci sono dei fazzolettini sull’erba), un gesto ipotizzabile solo in presenza di persone molto intime. Ma potrebbe anche essere l’indizio di una tecnica militare. Nei corpo a corpo i soldati, soprattutto se non armati in maniera adeguata – e l’assassino di Melania aveva un coltello dalla lama di 9-10 centimetri – possono abbassare di colpo i pantaloni dei nemici. Questo per impedire loro di fuggire e sopraffarli con calma.

Torna così lo spettro dell’assassino di divisa. Non necessariamente Salvatore, ma qualcuno che poteva avercela con lui. Così i carabinieri sono tornati a bussare alla caserma delle soldatesse.

Hanno sentito tutti quelli che hanno incontrato e parlato con il caporal maggiore il 19 aprile quando lui, incredibilmente, invece di cercare la moglie allora ritenuta scomparsa, ha trascorso l’intera giornata al Rav insieme alla figlioletta. Solo per stemperare l’ansia in un ambiente in cui si sentiva a suo agio? Come sostiene lui. O per contattare qualcuno? Come credono i carabinieri.

Nessuno ha riferito comportamenti compromettenti di Salvatore. Se un segreto c’è, rimane ancora ben protetto dietro quelle mura.

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