L’ex generale dell’esercito serbo accusato di genocidio e crimini contro l’umanità. Era latitante da 15 anni La lunga latitanza di Radko Mladic è finita. L ‘arresto del “boia di Srebrenica” è avvenuto nel villaggio Lazarevo presso Zrenjanin (regione autonoma della Vojvodina), in Serbia, a 80 km da Belgrado. La conferma della cattura dell’ex generale è stata data dal presidente serbo Boris Tadic. È finita la fuga dell’uomo ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità, latitante da 15 anni. La notizia è stata confermata dal presidente serbo, Boris Tadic e rappresenta una svolta per le aspirazioni di Belgrado per l’ingresso nell’Ue.

L’ex generale -che durante la guerra si era guadagnato la fama di psicopatico vendicativo e che guidò le truppe serbo-bosniache contro l’enclave musulmana, lasciando dietro di sè 8mila morti e migliaia di donne violentate, vedove e orfani di guerra- dovrà rispondere di quello che fu il peggior massacro in Europa dopo l’epoca nazista.

«Si chiude una pagina molto difficile della nostra storia e si aprono le porte dell’Ue», ha commentato Tadic nella conferenza stampa convocata in fretta e furia per annunciare che le pratiche di estradizione all’Aja sono già state avviate. Per il presidente serbo l’arresto «lava un’onta» e spiana la strada alla riconciliazione del Paese ma ora si dovrà indagare per scoprire chi abbia aiutato e coperto Mladic durante la sua latitanza.

Tadic ha anche chiesto una commissione sotto mandato Onu che indaghi sull’ultimo orrore imputato a Mladic, un giro di traffico di organi in Kosovo. L’arresto di Mladic è «un importante passo in avanti per la Serbia e per la giustizia internazionale» ha detto l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza Catherine Ashton.

Mladic è il terzo degli uomini più ricercati per la guerra bosniaca ad essere assicurato alla giustizia, dopo il il Radovan Karadzic e Slobodan Milosevic. Secondo i media serbi, è stato arrestato nelle prime ore del giorno dalle forze di sicurezza serbe: si nascondeva sotto il falso nome di Milorad Komadic, in un villaggio nelle vicinanze della città di Zrenjanin, nel nord della Serbia.

La regione è quella della Vojvodina dove anche ad aprile si era detto che Mladic si nascondesse: all’epoca un settimanale di Sarajevo scrisse che il criminale di guerra si nascondeva in una fattoria «per cercare di curarsi la depressione attraverso il duro lavoro da contadino» e che vi lavorava come allevatore di mucche.

La procedura per la sua estradizione verso il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi) è in corso e può durare fino a una settimana, ha spiegato il viceprocuratore serbo per i crimini di guerra Bruno Vekaric, smentendo una notizia della tv secondo cui Mladic era già in viaggio verso l’Aja.

La notizia dell’arresto poche ore dopo una nuova denuncia del procuratore del tribunale Onu per la ex Jugoslavia, secondo cui la Serbia non faceva abbastanza per catturare il criminale di guerra serbo-bosniaco. Una denuncia contenuta nella relazione inviata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e pubblicata sul sito EUObserver: «La cattura – scrive il procuratore Serge Brammertz – è l’obbligo più forte della Serbia: finora gli sforzi della Serbia di arrestare i fuggitivi non sono stati sufficienti». Ma adesso le sue parole sono carta traccia.

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