Dal Garante arrivano disposizioni a protezione della riservatezza con indicazioni per pazienti e operatori sanitari La privacy: quante volte il paziente ha denunciato il rischio di carenze nel sistema atto a tutelare la riservatezza delle proprie condizioni di salute? Adesso arriva il vademecum del Garante. Se il paziente è nella sala d’aspetto dell’ospedale, non lo si può chiamare per nome. Il medico, al momento dell’accettazione, non può chiedere informazioni sulla sieropositività, a meno che non sia indispensabile per il tipo di intervento da eseguire. Gli operatori del pronto soccorso possono dare notizie, anche per telefono, ma solo a parenti o a persone legittimate.

Sono queste alcune delle regole appena diffuse dal Garante della Privacy nel nuovo testo “Dalla parte del paziente. Privacy: le domande più frequenti”. Si tratta di una serie di regole utili sia per i cittadini sia per gli operatori saniatari. L’opuscolo è disponibile su internet, ma anche rivolgendosi direttamente all’autorità per la tutela dei dati personali.

Numerose le regole e i paletti che tutelano i pazienti. Nel caso delle sale d’aspetto, le indicazioni cambiano a seconda che ci si trovi in una struttura sanitaria o nello studio di uno specialista o del medico di base. Nel primo caso, il nome del paziente in attesa non può essere pronunciato ad alta voce, ma bisogna in caso utilizzare un codice numerico. Negli studi medici privati, in quelli specialistici o dal medico di base c’è invece libertà di chiamare la persona per nome.

Pronto soccorso. Telefonando al pronto soccorso si possono ricevere informazioni sulla presenza di una persona o in uno dei reparti, ma solo se si è un parente, un convivente, un conoscente o personale volontario. Non si possono ricevere informazioni dettagliate sulle condizioni sanitarie del paziente. Questo naturalmente nei casi che l’interessato sia comunque d’accordo.

Cosa succede invece se il paziente non è in grado di dare il consenso al trattamento dei dati, ma deve essere sottoposto a cure? In questo caso, si può fare a meno della sua risposta quando c’è rischio imminente per la salute o quando vi è impossibilità fisica o incapacità di agire, di intendere o di volere.

I dati e il web. Sul vademecum si scopre che è vietata la diffusione di dati idonei a rivelare lo stato di salute. Non possono quindi essere resi disponibili su internet i dati anagrafici, l’indicazione delle diagnosi o i risultati delle analisi cliniche delle persone che si recano presso un ospedale. Non bisogna pubblicare dati personali di pazienti, ad esempio nomi o fotografie, sulle proprie pagine di social network. Anche se spesso si pensa di condividerle solo con amici, magari colleghi sanitari, si rischia invece di diffonderle a un numero imprecisato di utenti della rete, violando così la privacy delle persone coinvolte.

Cartelle cliniche. I referti diagnostici, le cartelle cliniche, i risultati delle analisi e i certificati rilasciati dagli organismi sanitari possono essere consegnati in busta chiusa anche a persone diverse dai diretti interessati purché munite di delega scritta.

Certificati di malattia.
Il datore di lavoro non può raccogliere certificati di malattia dei dipendenti con l’indicazione della diagnosi. In assenza di specifiche deroghe previste da leggi o regolamenti, il lavoratore assente per malattia deve fornire un certificato contenente esclusivamente la prognosi con la sola indicazione dell’inizio e della durata dell’infermità.

I sondaggi. Infine, il Garante ha fissato le regole alle quali dovranno attenersi gli organismi sanitari pubblici e privati che svolgono indagini sulla qualità dei servizi sanitari offerti ai cittadini. Inoltre questi sondaggi, effettuati per telefono, per posta, per email, tramite questionari cartacei o forum su siti istituzionali, possono riguardare esclusivamente informazioni sulla qualità del servizio sanitario (accoglienza, tempi di attesa, informazioni ricevute, comodotà della struttura), senza entrare nella valutazione degli aspetti sanitari delle prestazioni e delle cure erogate.

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