Per l’ex boss: “Cosa Nostra voleva arrivare tramite Berlusconi a Craxi per condizionare il maxiprocesso” Nell’aula bunker di Rebibbia audizione di Giovanni Brusca nell’ambito del processo Mori. Dopo avere risposto al Pm Nino Di Matteo, nella seconda parte dell’udienza, Brusca è stato sottoposto a un fuoco di fila di domande da parte dell’avvocato Basilio Milio, legale dei due imputati. Dalle domande poste anche dal presidente Mario Fontana sono venute fuori una serie di contraddizioni relative al periodo in cui il “papello” sarebbe stato presentato da Riina agli uomini dello Stato incaricati – secondo la versione di Brusca – di recapitarlo a Nicola Mancino, allora ministro dell’Interno.

“Lei parla di un’iniziativa diretta a fare cessare le stragi – ha chiesto il presidente -. Ma quali stragi, se fino al maggio ’92 ce n’era stata una sola?”. Brusca ha detto che c’era stato l’omicidio di Salvo Lima, che però non fu un eccidio. “Se questi fatti avvengono dopo le stragi di via D’Amelio – ha aggiunto il presidente Fontana – la sua ricostruzione funziona. Altrimenti no”. “Questo è ciò che mi ha detto Salvatore Riina e non lo posso modificare”, ha risposto Brusca”. Sempre nel corso del “controesame”, è stata smentita un’affermazione di Massimo Ciancimino. Il Tribunale ha infatti chiesto a Brusca se fra le persone che conoscevano il luogo in cui abitava Riina ci fosse anche Provenzano e la risposta è stata affermativa.

“Dobbbiamo dedurre allora – ha osservato ancora Fontana – che Provenzano non avesse bisogno di mappe per sapere dove abitava Riina”. Il riferimento è alla richiesta che Vito Ciancimino, secondo il figlio Massimo, aveva fatto a Mori e al capitano Giuseppe De Donno: voleva cioè alcune mappe della zona del Motel Agip di Palermo per indicare il covo del boss. Secondo Ciancimino junior, il padre “girato” quelle cartine a Provenzano, le avrebbe restituite con dei segni, corrispondenti alle zone in cui concentrare le ricerche.

Brusca ha poi precisato che, attraverso Silvio Berlusconi, nel ’91 ancora imprenditore, i mafiosi avrebbero voluto arrivare a Bettino Craxi per cercare di condizionare l’esito del maxiprocesso, che in quel periodo doveva essere deciso dalla Cassazione. A proposito del premier Brusca ha detto che “Berlusconi può essere accusato di tante altre cose, ma per le stragi del ’92-’93 non c’entra niente, non facciamolo diventare un martire. Veniva accusato anche di cose peggiori. Di tutto questo parlai con i miei cognati, Salvo e Rosario Cristiano. Ho querelato l’Espresso perché non ha rettificato una notizia falsa: io non sono mai andato da Berlusconi”.

Brusca ha anche riferito a proposito del premier che questi sarebbe stato oggetto di pressioni da parte dei mafiosi di Santa Maria di Gesù e che avrebbe avuto rapporti con il boss Stefano Bontate. Per quanto riguarda il pizzo il pentito ha detto anche che Berlusconi ”pagava una ‘messa a posto’ di 600 milioni al mese a Stefano Bontade e successivamente a Totò Riina” e che quando ”aveva smesso di pagare  gli venne fatto un attentato il cui mandante era Ignazio Pullarà”. Ma continua Brusca –  ”I rapporti con Berlusconi sono durati anche successivamente”.

“All’inizio degli anni Ottanta – ha aggiunto – la mafia legata a Stefano Bontate investì denaro con Dell’Utri e Berlusconi”. Nel ’93 Berlusconi venne di nuovo avvicinato e spinto a trattare, dato che, secondo Brusca, sarebbe sicuramente diventato premier.

Il pentito ha riferito ancora che dopo l’arresto di Riina venne contattato Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore perchè facesse da intermediario presso Dell’Utri e Berlusconi. “Mangano – ha proseguito Brusca era contentissimo di poterci ristabilire i contatti e ci spiegò che si era licenziato dall’impiego ad Arcore per non creare problemi a Berlusconi, ma che tutto era stato concordato anche con Confalonieri e che aveva ancora con loro buoni rapporti”.

“Gli volevamo chiedere – ha detto Brusca – tra l’altro di attenuare i rigori nei trattamenti dei detenuti a Pianosa e Asinara e di alleggerire il 41 bis”. Dopo un mese la risposta di Dell’Utri: “Vediamo cosa si può fare”.

Per quanto riguarda la trattativa mafia stato, secondo il pentito ci sarebbero stati più episodi: il primo dopo l’omicidio di Salvo Lima, il secondo nel ’93, dopo l’arresto di Totò Riina.

Secondo la ricostruzione di Brusca, l’omicidio di Salvo Lima avrebbe spaventato Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri. Dal ministro Mancino, indicato come il garante della trattativa sarebbe arrivata la richiesta: “Cosa volete per finirla con le stragi?’”.

Dopo l’arresto di Riina a seconda fase della trattativa. ”In quel momento a me, – conclude Brusca – a Leoluca Bagarella e a Bernardo Provenzano stava a cuore attenuare i maltrattamenti inflitti nelle carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara. Poi non volevamo revocare il 41 bis, cosa controproducente, ma svuotarne il contenuto”.

© Riproduzione Riservata

Commenti