Massimo Ciancimino resta in carcere ma cade l’aggravante di mafia. Alle sue spalle un “puparo”? Il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Riccardo Ricciardi, ha emesso un’ ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Massimo Ciancimino. Il provvedimento riguarda l’ipotesi di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Davanti al gip è, però, caduta l’aggravante di avere favorito l’ associazione mafiosa prevista dall’articolo 7. Si tratta della stessa vicenda per la quale il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, e i sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido avevano chiesto e ottenuto il fermo dal gip di Parma che, dopo la convalida, aveva trasmesso gli atti in Sicilia per competenza territoriale.

Il figlio dell’ex sindaco era stato bloccato dagli agenti della Squadra mobile di Parma e della centro operativo Dia di Palermo sull’autostrada A1, nei pressi di un parcheggio dell’area di servizio Cortile San Martino, fra i caselli di Parma e Fidenza. Ciancimino si stava recando in vacanza in Costa Azzurra con la famiglia per le vacanze pasquali. Il termine di custodia cautelare scende così a tre mesi dal momento del fermo, risalente al 21 aprile scorso.

Il difensore dell’indagato, l’avvocato Francesca Russo, annuncia che presenterà istanza di scarcerazione al tribunale del Riesame. «Alla luce degli interrogatori resi dal mio assistito – ha affermato il legale del figlio dell’ex sindaco del “sacco di Palermo”– il quadro probatorio è certamente cambiato».

E intanto continua l’inchiesta sul presunto “puparo” di cui, prima di riferirne in aula al processo Mori, Massimo Ciancimino ha parlato con due giornalisti. Il “puparo” è l’uomo che gli avrebbe passato documenti poi consegnati ai magistrati.

Uno dei due cronisti citati in aula, Francesco La Licata de “La Stampa”, ha confermato di avere raccolto il mese scorso la confidenza del figlio dell’ex sindaco di Palermo. La Licata è stato sentito ieri pomeriggio dai sostituti procuratori Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia.

Ciancimino jr ha cercato La Licata, con il quale ha scritto il libro «Don Vito», qualche giorno prima del festival del giornalismo di Perugia durante il quale è intervenuto per parlare del rapporto tra mafia e politica. In quella occasione è tornato ad accusare l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro il cui nome figura nel documento «taroccato» che appena tre giorni dopo ha fatto scattare per lui l’arresto per calunnia.

Poco prima di intervenire al festival del giornalismo Ciancimino jr ha confidato a La Licata di essere stato «consigliato» di lasciare Palermo. La sollecitazione gli sarebbe venuta da un personaggio vicino al generale dei carabinieri Giacinto Paolantonio, morto nel 1989, uno dei protagonisti del caso Giuliano, diventato negli anni Cinquanta comandante dei vigili urbani di Palermo.

Massimo Ciancimino conosceva quell’uomo sia come un carabiniere sia come un personaggio dell’entourage del padre nel periodo in cui era assessore a Palermo. In aula, su richiesta dei pm, ha omesso di rivelarne il nome.

Lo ha perciò chiamato «Mister X». Non ha fatto il nome del “puparo” neppure a La Licata al quale si è limitato a dire che «Mister X» gli avrebbe passato vari documenti poi consegnati ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Al giornalista non ha parlato neppure dei candelotti di dinamite che avrebbe ricevuto alcuni giorni prima.

I magistrati hanno deciso anche di acquisire la testimonianza anche di Francesco Viviano di “Repubblica”, l’altro giornalista con cui Massimo Ciancimino ha parlato del “puparo”.

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