Sono trascorse quasi tre settimane dalla scomparsa di Maurizio Russo. Nessuna notizia, per il momento nessuna svolta. Le indagini appaiono sin qui complicate, certamente non semplici da risolvere. Nella quotidianità che sta accompagnando questo mistero, stiamo notando gli apprezzabili e incessanti appelli del parroco, la tenacia degli internauti che continuano a sperare e a interrogarsi. Senza dimenticare che c’è stata nei giorni scorsi una nota, chiara e (lo ribadiamo) condivisibile, del Comune di Taormina.

C’è soprattutto la dignità di una famiglia che sta soffrendo in modo composto, con la comprensibile ansia e la legittima aspettativa di chi attende di conoscere la verità.

Un silenzio surreale e prevedibilmente ipocrita sta però calando, pian piano, sull’indecifrabile destino al quale è andato incontro l’imprenditore taorminese.

Sta venendo fuori quel clima abbastanza preventivabile che sin dai primi giorni di questo caso, coincide con una volontà di fondo di “anestetizzare” e marginalizzare in fretta l’eco della storia di Maurizio.

Troppo “scomodo” un caso di scomparsa, e allora c’è chi si illude che stia arrivando l’estate e presto si potrà andare sorridenti e a cuor leggero al Teatro Antico con un bel biglietto omaggio in tasca.

“Sono cose che capitano, chissà cos’è successo, vabbè si va avanti”. E’ il pensiero di parecchi operatori economici della città e di alcuni ambienti di vertice della città.

Il rischio, la prospettiva da scongiurare, è che le indagini proseguano nel silenzio, e nel limbo dell’indifferenza collettiva.

Allora, se il silenzio del non interferire nelle indagini è senza dubbio un atto dovuto, l’onestà intellettuale impone altresì di tenere viva l’attenzione su una persona onesta e perbene, che non può essere svanita così nel nulla.

Dobbiamo pensare che quest’ uomo sia scomparso fuori dal territorio di Taormina e questo può bastare a mitigare la gravità del caso? No, non è tempo di ipocrisie e di “favolette”. Merita rispetto la famiglia di Maurizio e altrettanto rispetto meritano i taorminesi che da tempo lamentano in città il malessere di sentirsi quasi ospiti in casa propria.

Il problema va affrontato e forse non è troppo tardi per riprendere in mano Taormina.

“A Taormina tutto va bene, tutto è apposto, questa è un’isola felice, Taormina è come l’eden”. Questo copione – senza offesa per nessuno – è diventato tanto patetico quanto nauseante. Semplicemente perchè chi vuol sostenere questa tesi, in cuor proprio, sa che non corrisponde al vero.

In realtà, oltre i rituali linguistici che si ergono al ruolo di soliti paraventi, anche un bambino sordo-muto di due anni si accorgerebbe che a Taormina, ogni giorno che passa, tira sempre di più un’aria viziata.

E’ la parabola di una città colonizzata e sodomizzata dai flussi “esterni” di denaro.

Mille segnali e altrettante circostanze singolari. Qualcuno li chiama “infiltrazioni”, altri le definiscono “presenze indesiderate”: lasciamo ai nostri attenti lettori la definizione esatta.

In definitiva, la vera grande curiosità è quella di capire per quanto altro tempo ancora sarà possibile tenere a “bagnomaria”, o perlomeno sforzarsi negare, che ci siano delle anomalie dentro il sistema Taormina.

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