Vi siete mai chiesti cos’è un intellettuale? Wikipedia precisa a tal proposito: “Il termine intellettuale deriva dal tardo latino intellectualis, aggettivo che vuole indicare ciò che in filosofia riguarda l’intelletto nella sua attività teoretica e si caratterizza perciò come separato dalla sensibilità e dall’esperienza giudicata di grado conoscitivo inferiore. Nella concezione aristotelica erano definite intellettuali quelle virtù come scienza, sapienza, intelligenza e arte che consentivano all’anima intellettiva di raggiungere la verità. Nel campo della metafisica il termine stava poi ad indicare l’astrattezza, in contrapposizione alla concretezza e alla materialità”

E ancora: “I primi intellettuali, uomini di cultura al passo con i loro tempi che sentirono la necessità di impegnarsi in una causa civile furono gli illuministi del XVIII secolo, periodo in cui cominciò a formarsi l’opinione pubblica che modificò il ruolo sociale degli uomini di cultura mettendoli in contatto con i fruitori del loro pensiero. In quel periodo gli intellettuali acquisirono i caratteri tipici dei portavoce del dissenso, rivolto verso qualunque tipo di autorità, e dei progressismi, che li accompagneranno fino ai nostri giorni”

Fino ai nostri giorni? Ma ne siamo davvero certi?

Chi sono gli intellettuali del nostro tempo? Cosa rappresentano? Quali dinamiche di linguaggio e comunicazione utilizzano? E perché? E ancora; a chi si rivolgono?

Se gli uomini di cultura cui wikipedia fa riferimento sono quelli che oggi vediamo sfilare dinanzi i divanetti dei talkshow… “non ci resta che piangere”.

Persone di infimo ordine intellettuale che non riescono a infilare un congiuntivo dietro l’altro. Gentaglia strapagata e venduta al potere politico, ai riflettori dei media, alla sudditanza dell’editoria. Asini che possiedono lauree conseguite a colpi di “Dolce di Parma”, “San Daniele” e “Culatello”. Spocchiosi baroni che fanno stragi di pensiero, di giovane e ignara materia grigia, dall’alto delle cattedre universitarie dove non fanno che spicciola propaganda politica. Dove non fanno che leccarsi le dita affondate nei contributi statali. Dove noi, in buona fede, mandiamo i nostri figli a morire.  Le università. Rese dagli intellettuali cloache a cielo aperto.

Ricettacolo di frustrati rifiuti degli anni di piombo i quali, dopo aver contestato e combattuto il sistema, hanno appeso al chiodo il forcone e agguantato la prima poltrona. Quelli che dai titoloni delle loro testate giornalistiche ogni giorno confondono la mente degli sprovveduti. Coloro che, di fatto, governano il nostro paese. Che di fatto tengono in scacco la nostra “Sottoclasse Politica”. Gli assassini dell’Illuminismo, dell’Umanesimo e di ogni alta espressione di pensiero. Sono quelli che si guardano bene dal parlare a tutti.

No! Parlano a pochi, perché il loro intento massonico è quello di tener ben salda la “stratificazione sociale” circa la conoscenza. Già! Perché il “volgo” nato tale… che resti pure tale. Laddove c’è ignoranza c’è potere per chi ne sa approfittare biecamente. E questo, cari lettori ha un nome; si chiama “Regime”.  Già! Perché la loro perversione non è meno virulenta di qualsiasi altra dittatura. Non è meno disgustosa di qualsiasi altro abuso.

Abuso della parola, abuso del pensiero, abuso delle idee, della creatività, dell’essenza, della coscienza ormai sepolte, ancora esalanti l’ultimo barlume di vita, sotto le impietose inettitudini di questi Signori della Vergogna. Signori che, negli anni sessanta, diedero inizio “all’oscurantismo culturale” che ancora oggi ci piega.

Personalmente, sono convinta che gli intellettuali non esistano ma che, al contrario, siano solo “disonesti intellettualoidi” stipendiati dallo stato. Quelli con il “posto fisso”

Cos’è un’intellettualoide? Il vocabolario ci aiuta: “Che si dà arie da intellettuale senza esserlo. Dettato dall’ambizione di apparire intellettuale”

E’ con tutto il mio disgustoso sarcasmo, non per ultima l’eccessiva condotta che mi distingue, che mi sento di asserire con ragionevole certezza che noi siamo in pieno “Puttanesimo”.

Diletta Nespeca

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