La nuova vita di Totò Cuffaro, i suoi giorni da detenuto. L’ex govenatore racconta “le sue prigioni” e immagina un futuro “da agricoltore”. Si sveglia alle sette, si fa la barba, poi si siede al tavolino e comincia a rispondere a chi gli scrive. «Almeno una quarantina di lettere al giorno, da tutt’Italia». Comincia così, in carcere, a Rebibbia, la giornata di Totò Cuffaro, che, a tre mesi dall’ingresso nel penitenziario, si racconta ai microfoni e al taccuino di un noto settimanale.

Spiega come impiega il suo tempo, tra studio, «mi sono iscritto a Giurisprudenza», libri, «Ho letto la biografia di Ingrid Betancourt, la politica colombiana sequestrata per sei anni dalle Farc», e lunghe docce calde, «ci posso rimanere quanto tempo voglio. Mi piace questa sensazione di pulizia. Dopo mi rimetto a scrivere e leggere fino a quando non aprono la cella».

Poi l’ex governatore commenta alcune vecchie relazioni politiche, come quella con Raffaele Lombardo, per la quale resta «Dispiacere, piuttosto. Per me era un fratello. Il suo tradimento è la cosa che più mi ha turbato nella vita».

E alla domanda su cosa intende fare in futuro, una volta scontata la pena a sette anni di detenzione inflittagli in via definitiva dalla Cassazione per favoreggiamento alla mafia, senza esitazioni risponde: “Il mio futuro è la campagna: fichi d’India, uva e olive. Farò l’agricoltore, come ho sempre sognato”.

Cuffaro si professa ancora una volta innocente, ma sereno nell’accettazione della sentenza, perché “ho servito le istituzioni per trent’anni”, e poi per dare il buon esempio. Anche perché, dice, “mia figlia vuole fare il pm”.

 

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