La Cia sta pensando di uccidere Gheddafi. La notizia è clamorosa, ma forse non troppo per chi conosce le dinamiche dei servizi segreti. Come scrive il sito web dell’Eurasia Review, “i sussurri che alcuni agenti della Cia siano stati inviati in Libia per valutare le dimensioni delle forze ribelli rievocano le intricate operazioni di spionaggio di un’epoca passata”. La Cia avrebbe “tutto il necessario” per attuare l'”executive action” (cioè l’omicidio nel gergo dell’agenzia) attraverso intermediari, coprire le sue tracce e lasciare il mondo a chiedersi se gli Usa fossero o no coinvolti con la morte di Gheddafi.

Ma questo scenario presenta un problema: nel marzo 1976 il presidente Gerald Ford firmò l’ordine esecutivo 11.905, proibendo esplicitamente ai dipendenti del governo statunitense di coinvolgersi o progettare degli omicidi di matrice politica.

E benché gli ordini presidenziali da un punto di vista tecnico non siano delle leggi, sono accolti fedelmente, nonostante qualcuno ritenga che questi ostacoli legali non abbiano mai impedito alla Cia di fare ciò che voleva. “Ma in realtà non è così – sostiene l’Eurasia Review -. Il sistema politico Usa è strutturato in modo tale che ogni violazione del protocollo diviene presto o tardi di dominio pubblico”.

Diverso invece il discorso per quanto riguarda il diritto internazionale. In tempo di guerra infatti l’immunità che protegge solitamente capi di Stato e membri del governo deve essere sospesa, e possono essere quindi uccisi impunemente sul principio che “un uomo che è morto non può fare la guerra”. Con il passare degli anni infatti la legge di guerra è diventata più sfumata: i capi nemici possono essere assassinati per “necessità militari”.

Intanto la politica cerca una soluzione diplomatica in Libia. Ma lui, Muammar Gheddafi, non intende lasciare la guida del Paese. “Tratto ma non lascio”: un monito che sta scatenando l’ira degli insorti.

Per i ribelli: “Gheddafi e i figli devono andarsene prima di avviare qualsiasi negoziato diplomatico”.

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