Il romanzo, in parte autobiografico, com’è facile intuire dal titolo in copertina, ha come tema di fondo l’omosessualità. Tuttavia, avrei evitato molto volentieri di porre l’accento, se pur genericamente, sull’argomento. Altri, al mio posto, avrebbero detto: “solleva il problema della omosessualità”. E’ a tal proposito che vorrei soffermarmi sul vero problema che è e sarà sempre il “luogo comune”. Ritengo che il diletta-pensiero non abbia, infondo, tutta la rilevanza che si vuol dare a credere tuttavia, dovendo recensire il libro, mi trovo costretta a chiarire le ragioni del mio fare che, apparentemente, potrà sembrare freddo e distaccato. Sono fermamente convinta che l’omosessualità non sia un problema men che meno un problema sociale. E’ il “non pensiero” attraverso il quale, nella maggior parte dei casi, si tenta ripetutamente di persuadere l’opinione pubblica.

Ritengo che la vita sessuale di ognuno di noi debba essere una condizione “strettamente intima e personale”. Sostanzialmente, sono contraria ai “senza se e senza ma” per il semplice fatto che rappresentano solo una condizione di assoluta cecità.

Ciò nonostante, circa l’idea di “ghettizzazioni concettuali” rivola all’omosessualità, (come all’eterosessualità, uomini-donne, maschi-femmine, maschilismo-femminismo) non esiste facoltà di scelta. Essenzialmente, rifiuto qualsiasi principio di “mondo” e “universo” femminile, maschile, eterosessuale e omosessuale. Vorrei che fosse chiaro che laddove esiste il concetto di “mondo”, come in questo caso, esiterà sempre il seme marcio della “contrapposizione” e quindi del “conflitto”. E’ la sconfitta delle “IDEE”.

La sconfitta del pensiero. Il “non senso”. Aborro l’idea del mondo gay, negozi di abiti per gay, accessori per gay, discoteche gay, musica gay, ma la PERVERSIONE che più di ogni cosa mi disgusta è l’idea della “letteratura gay”. Un tributo alla cultura! Per quanto mi riguarda credo che, con questo, l’editoria abbia toccato il fondo. L’idea del “mondo gay”, come pure un semplice “gay pride”, servono esclusivamente al business. Il “gay pride” è manna per gli esercizi commerciali, negozi, ristoranti, alberghi, hotel, editoria, programmi televisivi e, non per ultimo, le associazioni (che ogni anno impinguano le proprie casse attraverso iscrizioni e donazioni).

Tuttavia, il Nobel dell’avvilimento e della vergogna va alla politica. Il fantomatico e ignaro “esercito di gay”, serve solo ad ingrassare il business mentre ingrossa le fila della politica; ora da una parte ora dall’altra. Detto questo, e attirata su di me l’ira funesta dei “parassiti” o degli sprovveduti convinti che l’orgoglio sia una sorta di “appannaggio gay”, passiamo al racconto.

Perché vale la pena leggere il libro di Renzo?

Innanzitutto perché è uno “scritto”, (ogni “scritto” vale la pena di essere letto), perché è un bel racconto e, infine, perché parla della vita di una “persona”. Dalle suddette ragioni si evince come esse siano le stesse per le quali vale la pena leggere un “qualunque” libro. La gradevolezza della lettura, la scioltezza, il ritmo incalzante e la costruzione, fedele ai canoni di scrittura, le fanno un apprezzabile “scritto”. Sebbene tratti di drammi, (comuni alla vita di ognuno di noi) il romanzo è contraddistinto da uno spiccato senso ironico a tratti divertente. Benché il personaggio appaia disorientato e alla continua ricerca di se stesso, (la casualità lo condurrà sino in Nepal ad abbracciare le teorie della reincarnazione) si evince una carica di umanità e profondità d’animo senza eguali.

Per chi ha la mia stessa età è sicuramente un piacevole viaggio nel tempo dal momento che l’accurata descrizione dei fatti, dei personaggi, dei luoghi, del paesino di provincia e la bottega hanno destato singolari ricordi.

Il racconto è suddiviso in brevi capitoli concepiti come semplici momenti; attimi. Come fossero dei brevi fotogrammi di vita.

Scrive l’autore: “i moralismi di campagna mi sembravano ormai meschini e ipocriti e disprezzavo la gente ordinaria come le persone scialbe prive di fantasia, spesso frustrate e pieni di complessi e paure”.

Leggevo in un articolo circa il libro di Renzo: “… il conflitto interiore per capire come si è e cosa si è” Ma io mi chiedo: “chi può dire di avere una ragionevole certezza sul proprio conto?”

Con un delizioso excursus “storico”, meglio dire “preistorico”, l’autore ci ricorda: “il mangiadischi è da considerarsi a tutti gli effetti il vero antenato del walkman. Uno dei più venduti tra il 1975 e il 1988 era il Penny con l’aspetto compatto e i buchi sopra l’altoparlante. Dai colori vivaci come arancione, turchese, rosso verde e giallo, funzionava a batterie e con alimentazione in rete”.

Mi chiedo: “come abbiamo potuto dimenticare il penny e “ti amo” di Umberto Tozzi che mia cugina ascoltava senza sosta per tutto il giorno?”. Da segnalare le dolci-amare poesie che di tanto in tanto creano un emozionante intermezzo tra i capitoli stessi e la descrizione dell’autore, della propria professione e l’impegno sociale che troverete come un’inaspettata sorpresa tra le ultime pagine.

Diletta Nespeca

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