Colpo di scena nel delitto dell’Olgiata. Winston Manuel, domestico filippino di 41 anni, è stato fermato per l’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre. Sarebbe stato incastrato dal Dna compatibile con quello prelevato su uno degli oggetti che si trovavano nella camera da letto della villa dove il 10 luglio 1991 avvenne il delitto. A determinare il fermo è stato il pericolo di fuga del filippino. La procura dovrà ora chiedere la convalida. Il caso fu riaperto tre anni fa su istanza del marito della vittima Pietro Mattei che sollecitò altre indagini con l’utilizzo delle nuove tecnologie.

“C’è in me una grande soddisfazione, quel che appare certo fin da ora è che abbiamo fatto bene a chiedere nuove analisi del Dna sui reperti oggetto dell’inchiesta. Finalmente abbiamo delle risposte”. Lo ha detto l’avvocato Giuseppe Marazzita, legale di Pietro Mattei, marito di Alberica Filo della Torre.

“Abbiamo fatto bene ad opporci alla richiesta di archiviazione – ha aggiunto – che era stata fatta anni fa sulla base di un accertamento tecnico da noi considerato fallace e in maniera non adeguata. Per fortuna abbiamo trovato un Gip che ha dato valore al nostro convincimento”.

La tragica fine della contessa Alberica Filo della Torre è uno dei più clamorosi delitti rimasti insoluti nella storia della cronaca nera e giudiziaria della capitale. Come per via Poma o per la scomparsa di Emanuela Orlandi, per anni investigatori, criminologi, scrittori hanno cercato inutilmente di trovare il responsabile.

Era il 10 luglio del 1991 quando, all’Olgiata, il killer entrò nella stanza da letto della contessa, 42 anni, la strangolò e la colpì con uno zoccolo alla testa. Proprio quel giorno, nella villa avvolta nel verde, la contessa avrebbe dovuto festeggiare 10 anni di matrimonio con Pietro Mattei, un costruttore romano. Il delitto fu scoperto da una domestica filippina mentre in casa si trovavano i due piccoli figli che avevano da poco fatto colazione e nella villa erano al lavoro alcuni operai per preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata.

Mattei, invece, era al lavoro. Il riserbo e il silenzio di uno dei quartieri romani più esclusivi fecero da sfondo a quell’omicidio che, a distanza di tanti anni, resta ancora un mistero. Un groviglio di piste coinvolse personaggi di tutti i generi, dal domestico filippino a funzionari dei servizi segreti. Anche il marito della donna fu sfiorato dai sospetti, ma l’indagine finì per incentrarsi su un vicino di casa: Roberto Jacono.

Alcune macchie di sangue scoperte dagli investigatori su un pantalone furono analizzate con il test del dna, ma l’esito fu negativo e la sua posizione fu archiviata. Furono fatte anche rogatorie in Svizzera per passare al setaccio i conti correnti della vittima sui quali si ipotizzò che potessero essere passati fondi illeciti del Sisde. A un certo punto, fa capolino anche lo strano personaggio di Roland Voeller, che già era stato testimone nel caso di via Poma.

La prima inchiesta sul delitto dell’Olgiata viene archiviata nel giugno del 2005 dal procuratore aggiunto Italo Ormanni. Nuovi accertamenti, senza seguito, furono avviati nell’ ottobre successivo sulla base di un’intervista di Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti.

Alla fine del 2006 l’inchiesta è stata riaperta dopo un’istanza presentata per conto di Pietro Mattei dall’avvocato Giuseppe Marazzita, per riesaminare con le nuove tecnologie i reperti sui quali possono essere rimaste eventuali tracce organiche.
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