Il Mezzogiorno d’Italia è terra di castelli e di immense ricchezze artistiche. Ma è anche da lungo tempo terra di sciagurati amministratori che accecati dall’immediato poco si curano della salvaguardia del territorio. Tanti sono purtroppo i dirigenti pubblici e politici che spesso hanno contribuito con il loro silenzio-assenso a far cementificare immense aree e verdi  e alla distruzione quasi sistematica del patrimonio storico-artistico. Una classe dirigente colpevole e non scusabile in alcun modo, in quanto cosciente di quel che stava facendo e che ha svenduto il territorio solo per inseguire la logica del profitto. E che così facendo ha compromesso il futuro delle nuove generazioni.

E questo è avvenuto un po’ dovunque nel Sud ed in particolare modo nella Campania, che da regione ricca di beni artistici e di un’agricoltura fiorente e di mare è diventata la terra emblema della spazzatura.

Una vergogna che si perpetuerà fino a quando il Sud non avrà il coraggio di fare i conti con il suo recente passato e di invertire la rotta.

Questi sono gli amari pensieri che ci hanno turbato una mattina di febbraio, quando spinti dal desiderio di andare alla riscoperta di un importante monumento dell’Agro Nocerino Sarnese, nel salernitano,  ci siamo inerpicati fino alla Rocca di San Quirico a Roccapiemonte.

Via via che ci avvicinavamo al complesso medievale  del 1042 un profondo senso di sconforto ci assaliva. Un quadro dolorosamente brutto si presentava ai nostri occhi.

Dell’antico ed importante complesso rimaneva ben poco. La natura per incuria dell’uomo si era ripresa ciò che era suo. Gli alberi e le erbacce avevano cancellato ogni traccia della strada che forse conduceva alla rocca e dinanzi al nostro sguardo si stendeva il triste spettacolo di mura cadenti e rovine coperte da rovi. Un importante edificio cancellato e dimenticato dalla comunità dell’Agro Nocerino Sarnese e di Roccapiemonte  e quasi del tutto cancellato.

Perché ci domandavamo nel vedere questo scempio il comune non interviene? Perché la Provincia di Salerno o la Regione Campania, che pure spendono milioni di euro in tante attività, non destinano risorse al recupero di un monumento che non solo potrebbe essere restituito alla comunità, ma che potrebbe anche creare occasioni di lavoro e di attrazione turistica?

A tutte queste domande purtroppo non avevamo risposta o forse ne avevamo troppe. E via via che ci arrampicavamo per penetrare nella parte interna della struttura un profondo senso di indignazione montava nei nostri cuori.

Come può esserci,ci  domandiamo, un risveglio socio-economico nel Sud se si continua a distruggere il territorio e sistematicamente non si fa nulla per conservare e valorizzare il patrimonio storico-artistico?

Perché i sindaci spendono tanti soldi per pubblicizzare i siti archeologici sui website  dei comuni e poi non hanno i soldi per curarne la manutenzione? Che senso ha parlare di memoria storica quando consentiamo che il nostro patrimonio, che opportunamente valorizzato potrebbe creare posti di lavoro, venga distrutto e cancellato?

La “Rocca di San Quirico” di Roccapiemonte è solo un esempio dello scempio che si è consumato e si consuma nel Mezzogiorno d’Italia. Ne potremmo addurre tanti altri. Ma il nostro voleva essere solo un esempio ed un invito a tanti cittadini ad aprire gli occhi. A smetterla di  fingere che la cosa non riguardi anche loro.

Se il Mezzogiorno vuole veramente rinascere tutti devono fare la loro parte ed i cittadini devono smetterla di votare amministratori che non hanno alcuna volontà di valorizzare il territorio.

Se il Sud vuole rinascere ci vuole una cultura nuova e soprattutto una rinnovata coscienza civile. E per prima cosa, se è ancora possibile, bisogna porre rimedio ai danni fatti e cercare di valorizzare ciò che è ancora non è stato distrutto. Non basta più sperare però perché questo avvenga. Bisogna che i cittadini si impegnino e diano il loro contributo. Altrimenti a breve avremo non solo le macerie del nostro passato, ma anche quelle del nostro presente!

Francesco Capaldo – Gianluca Santangelo

Note storiche  sulla Rocca di San Quirico a cura di Angela Corolla

In un diploma del 1042 si ricorda una transazione relativa a una pecia de terra cum arbustum vitatum quod habet in predictum locum nucerie, ubi malluni dicitur a subtus et coniuntum in ipso monte sancti cirici, ubi modo rocca est modo incetta. Sembra che la rocca fosse stata costruita poco tempo prima.

Con la conquista di Rota da parte di Troisio, è probabile che Roccapiemonte sia rientrato tra i possedimenti della famiglia Sanseverino. Nel 1169 il castellano fu Guglielmo de Conturso de Rocca. Alla fine del XII secolo è attestato Bartolomeo come stratega di Roccapiemonte. Una prima volta è menzionato nel 1183: Bartolomeus miles filius quondam Philippi, stratega di Roccapiemonte, presentò una lettera inviatagli da Guilelemus filius Angerii domini Regis camerarius.

Ricompare poi nel 1187 in una missiva inviata dal regio camerario Guglielmo Filangieri, destinata a Bartolomeo di Filippo, straticoto di Rocce apud Monte, in merito alla situazione della vedova e degli eredi di Giovanni de Benedetto, riguardo al fitto di terreni e case demaniali e alla contribuzione per la spedizione regia in Romania. Nella Provisio Castrorum, emanata intorno al 1230-31 da Federico II, si legge che il Castrum Pimontis debet reparari per homines eiusdem terre, Graniani, Littere et Nucerie; item potest reparari per homines Solofre et Sirini.

 

Ciò testimonierebbe che il castello di Roccapiemonte in età sveva sarebbe passato al demanio regio. Tuttavia castrum Pimontis potrebbe anche indicare il castello di Pimonte, in provincia di Napoli, e in tal senso si spiegherebbe il coinvolgimento nella sua manutenzione degli abitanti di Gragnano e di Lettere (NA).

Comunque il fatto che le riparazioni ricadessero anche sugli uomini di Nocera, Solfora e Serino può far ritenere che si tratti di Roccapiemonte, territorio vicinissimo a Nocera e abbastanza equidistante tra la provincia di Napoli e i comuni più occidentali della provincia di Avellino.

In età angioina il castrum era di pertinenza della curia; infatti nel 1270 il re dispose che si pagasse Guillelmo dicto Carpentaro, mil., castellano castri Roccepiemontis e nel registro sui castelli, castellani, servientes e cappellani dei castelli della curia si legge: in Rocca Pimontis: castellanus scutifer et VI servientes, unc. XLIII, tar. XXIV, … [pro quarta] unc. X, tar. XXVII.

Il feudo in seguito pervenne di nuovo ai de Brusone dopo il matrimonio di Giacomo con Ilaria Filangieri che, nel 1269, aveva riavuto i beni lasciatele in eredità dal padre Riccardo, per intervento dalla curia.

Ben presto Ilaria in accordo col marito dette al fisco la terza parte della rocca di Nocera, con vigna annessa, ottenendo in cambio le terre di Quaglietta e di Viario; Giacomo cedette Senerchia, Luculliano e una parte di Trentinara; in cambio ricevette Gifoni e Roccapiemonte nel 1295, di cui prima aveva solo la custodia per la durata della sua vita.

Il feudo passò ai suoi eredi, prima al figlio Riccardo e poi a Carlo alla cui morte, nel 1340, venne acquisito dalla duchessa di Satriano, Angela de Capua, e nove anni dopo da Niccolò Acciaioli.

In seguito Roccapiemonte tornò al demanio, ma all’inizio del XV secolo fu infeudato a Floridasso Capace Latro per passare nel 1413 a Giovannello Zurlo; dopo la confisca ai danni di quest’ultimo, sotto gli Aragonesi, il feudo fu concesso ai Piscicelli.

Nel 1523 Ettore Piscicelli, in occasione della guerra tra Francesi e Spagnoli, fece riparare il castello in collina, che da tempo non era più sede del feudatario, trasferitosi nel palazzo baronale, nel centro abitato. Per aver parteggiato per i Francesi, Ettore perse i suoi beni e Roccapiemonte fu ceduta a don Sancho de Alarçon.

La rocca era considerata degli Spagnoli una postazione forte perché necessitava di pochi difensori ed era molto difficile da prendere. Fu venduto nel 1534 a Ferdinando Spinelli, duca di Castrovillari, poi passò ad Isabella Caracciolo, il cui figlio Giovanni Battista lo vendette a Liberato de Raynaldo, tramite Fabrizio Pignatelli.

Roccapiemonte rimase di proprietà dei de Raynaldo fino al 1625 quando Gaudioso, per debiti, lo vendette a Francesco d’Amato che a sua volta lo cedette al principe di Satriano, Ettore Raveschieri. Non rimase a lungo di sua appartenenza perché fu rassegnato al duca Michele Gomez nel 1649 i cui eredi lo ricedettero ai Ravaschieri che lo tennero fino all’inizio del XIX secolo.

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