Nuove intercettazioni su Mohamed Fikri. Il muratore marocchino arrestato il 4 dicembre scorso per l’omicidio di Yara Gambirasio torna clamorosamente al centro delle indagini. “L’hanno uccisa davanti al cancello”, così a quanto pare Fikri ha parlato al telefono del delitto di Yara e avrebbe detto queste significative parole alla sua fidanzata, intercettato dagli investigatori. L’indiscrezione viene riportata da un settimanale nazionale. Intanto, la trasmissione “Chi l’ha visto?” ha contattato i datori di lavoro di Fikri che hanno confermato che l’uomo adesso si trova in Marocco.

Il marocchino era rimasto coinvolto nell’inchiesta dopo un’intercettaizone che una cattiva traduzione aveva riportato con le parole “Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io”. Ad una seconda valutazione la frase risulto’ “Allah mi protegga” e Fikri fu scarcerato. Sulla traduzione di quest’ultima intercettazione, secondo quanto riferisce il settimanale, concordano tre interpreti della procura di Bergamo.

La sera della scomparsa di Yara, come confermato dal datore di lavoro, Fikri guidava un furgone bianco a Brembate (e da tempo si ipotizza che sia stato un furgone bianco a portare via Yara) e i cani, annusando poi la maniglia di quel furgone, sono letteralmente impazziti.

“Se le indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio non ha ancora portato a risultati per l’assenza di coordinazione tra polizia e carabinieri e la poca competenza della magistratura”. E’ la dura accusa lanciata da due membri delle forze dell’ordine che hanno partecipato alle indagini, che hanno scritto una lettera anonima all’Eco di Bergamo.

I due investigatori dicono di essere stati toccati dalla vicenda “prima dal punto di vista umano ma poi anche da quello professionale”, vivendo “una surreale atmosfera di asfissiante smarrimento” e un “senso diffuso di impotenza e pessimismo sull’esito delle indagini”.

“Abbiamo assistito ad una gestione delle indagini da parte degli inquirenti perlomeno discutibile e oggettivamente farraginosa”, attaccano, “Forse la chiave di questo insuccesso investigativo e’ da ricercarsi nella cronica assenza (storica) di sinergia tra carabinieri e polizia”, che “si ripropone in maniera antipatica e puntuale”, tanto che “le due forze dell’ordine invece di condividere mezzi, uomini e risorse, finiscono per nascondere alla controparte informazioni ed indizi, con l’unico risultato di non raggiungere mai il traguardo consolandosi che nemmeno i cugini sono riusciti a raggiungerlo”.

Viene poi definito “sconcertante”, il coordinamento delle indagini da parte della magistratura, che “si è dimostrata impreparata o per lo meno avventata”. E si cita come esempi l'”eclatante” arresto del cittadino marocchino, poi rilasciato, e il secondo sequestro dell’area del ritrovamento del corpo di Yara dopo che, in seguito a un primo dissequestro, per giorni ci era andato chiunque.

I due investigatori concludono dicendo che la loro lettera è “un’ammissione pubblica che se le cose a volte non vanno come dovrebbero, le responsabilità non si possono sempre camuffare”, e chiedono rispetto per i volontari, “preziosi per l’opera prestata sacrificando tempo e risorse personali in nome di un ideale sempre più sbiadito nei cieli della nostra società: la solidarieta’”. “E scusaci Yara, a nome di tutti noi, se sei finita per diventare motivo di un assurdo contendere investigativo”.

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